Altalene emotive in cinquecento bruttissimi caratteri

Voglio coraggio.

Le persone che non mi prendono sul serio non mi piacciono.
Voglio il coraggio di vivere e di scegliere.
Voglio dialogo, lo voglio forte e sincero.
Voglio ritrovarmi in ciò che creo, senza paura di essere visibile a pieno.
Bersaglio scoperto.
Mi viene da piangere perché sono mesi che scrivo solo accozzaglie di parole senza magia, senza melodia.
Ma scrivo perché devo comunque raccontare e raccontarmi per non sbiadire: scandisco in caratteri quello che a volte devo mandare giù.
Scrivo perché non voglio arrivare a cinquant’anni con il terrore delle parole, come mio padre. Non voglio che mi spaventi il fatto che scoprendomi io possa farmi male. Non voglio avere paura del conforto e del confronto, voglio imparare a rispondere al fuoco con i fiori.
Ci sono tante cose che non riesco a dirmi. Vorrei imparare.
Scriverò a Chiara interminabili lettere per spiegarle quello che non sa, che non vede.
Oggi è una brutta domenica e mi sento chiusa in una scatola.
Vivo in costante lotta con il desiderio di costruire altissimi muri, di chiudere le porte e restare da sola con la mia intimità, cerco di non convincermi che sia quello che vi meritate. Combatto con la mia tendenza di non chiedere mai aiuto ma si fa fatica a remare in un fiume in piena.
Mi odio quanto descrivo queste sfumature di una rabbiosa adolescenza, ristringo tutto in una categoria che non potrà mai appartenermi.
Ho paura perché siamo così simili, papà.

Ma io non smetto di remare.
Vorrei dire a tutte le persone che trovano irritante la mia gioia di vivere che non hanno capito niente.
Non sono ingenua. Non sono stupida. Non sono cieca.
Non combatto meno di voi.
Pensare di poter spiegare la mia lotta in cinquecento battute sarebbe un’utopia, a volte ho solo bisogno di scrivere a getto per comprimere la rabbia in un foglio bianco e lasciarla morire lì. Farla sembrare meno invadente.
Non so spiegare il mio entusiasmo senza sembrare banale, cerco solo di prendere le emozioni a mani nude e trasformarle. Plasmarle in modo che possano essere sempre una spinta per andare avanti e non restare a marcire nel male che mi fanno.

Ti voglio bene anche se non mi parli mai di come ti senti.
Anche se preferisci alzare la voce piuttosto di accettare i tuoi sbalzi d’umore.
Voglio dirti che ti voglio bene anche se tu stasera non te ne vuoi. Stasera e tante altre volte. Sono incazzata nera, ma voglio essere migliore di così.
Voglio coraggio. Voglio dialogo.
Non cercherò un uomo uguale a te papà, ma sei nel mio cuore.
Stasera vorrei strapparmelo ma ci rimarresti in ogni caso.
Questi sono cinquecento caratteri fatti di stronzate. Fatti di quello che non vorrei mai scrivere perché so che presto passerà. Cinquecento odiosi caratteri.

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