Il était une fois Paris

Il était une fois Nous à Paris
ça peut sembler un peu prévu
Les amants et Paris
Mais il pleuvait à verse et nous buvions du vin rouge
De manière que la banalité puisse être un insignifiant détail
il était une fois Paris, qui nous appartenait et nous rejetait
Paris conscient que nous n’étions plus qu’un verre de vin
et quelques jours de pluie.
Il le savait déjà
que nous laverions ses rues et tomberions dans une bouche d’égout
en coulant à pic
Il le savait
que nous étions trop avides pour lui
que nous abîmerios tout
Paris qui nous observait en hochant la tête
et qui nous chuchotait que notre vin était trop doux
qu’il finirait vite.
Paris parent austère
Paris putain tronquée
Paris ville lieu commun
Il voyait déjà une pellicule noire projetée à vide
tandis que nous étions encore en train de prendre des photos du Sacre Coeur.


Eravamo un tempo Noi a Parigi
può sembrare un po’ scontato
Gli innamorati e Parigi
Ma la pioggia cadeva fitta e bevevamo vino rosso
così che la banalità potesse essere un dettaglio trascurabile
Era Parigi, che ci apparteneva e ci respingeva
Parigi consapevole che non eravamo più che un bicchiere di vino
e qualche giorno di pioggia
Lo sapeva già
che avremmo lavato le sue strade e saremmo scivolati in un tombino
colando a picco
lo sapeva
che eravamo troppo ingordi per lei
che avremmo rovinato tutto
Parigi che ci osservava scuotendo la testa
e ci sussurrava che il nostro vino era troppo dolce
e sarebbe finito presto.
Parigi genitore austero
Parigi puttana mozza
Parigi città luogo comune
vedeva già una pellicola nera girare a vuoto
mentre noi ancora scattavamo foto al Sacre Coeur.

Niente pioggia alle 6 di mattina

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Ore 5.57 del mattino. Guardo il soffitto sopra al mio letto e sento che la pace di questo momento domani non ritornerà. Mi godo i minuti lenti e densi di silenzio che separano questa riflessione notturna al sorgere del sole di domenica mattina.

Federica mi dice sempre che quando scrivo uso frasi molto brevi e metto tanti punti.
Sorrido perché mi rendo conto che è tremendamente vero.
Ma a me la grammatica piace così: pulita e breve. Chiara, ed essenziale. Voglio trovare parole insostituibili che diano il senso perfetto alla frase, esattamente quello che ho in mente; parole talmente precise che ne basterebbe una per un libro intero. Scrivo un telegramma mentale con lettere perfettamente dosate.
Fede, lo so, sono sempre la solita. Chiedo consigli e poi non ti ascolto.
Mi manchi tanto.
Il tutto sarebbe molto più suggestivo se avessi come sottofondo la fine pioggerellina di un settembre appena nato, ma queste 6 di mattina sono le più secche che io abbia mai incontrato.
Si dicono cose strane, alle 6 di mattina. Joyce sarebbe fiero di me.
Adesso che ci penso è meglio così, a te la pioggia non piace per niente. Hai sempre detto che ti mette tristezza, e io odio quando sei triste: mi spengo con te.
Non so se ti meriti di essere la protagonista di questi pensieri Fede, in realtà la cosa non era nata così. É che quando mi sento sola tu mi abbracci sempre l’anima e mi alleggerisci un po’ il cuore, e non c’è momento in cui potrei essere più sola di queste 6 di mattina.
Vorrei ricominciare tutto e scriverti una lettera, solo per te, solo adesso, con mille punti e poche parole. Io le lettere le odio, e lo sai.
La sveglia di mio padre al piano di sotto sta iniziando a lamentarsi, è davvero troppo tardi e io domani sarò distrutta, ma queste ore non hanno prezzo. É magico il momento in cui tutto si confonde, per me è ancora notte e per mio babbo è già mattina, il cielo è ancora scuro ma un angolo comincia a rischiararsi. Le linee di confine sono concetti utopici.
E tu di utopie sei piena.
Buongiorno Fede, anzi buonanotte, oppure entrambi, scegli tu, per me sono due idee troppo sottili e io ho sonno e non ragiono più.
Quando mi racconto troppo ho paura e vorrei solo che mi tenessi in piedi e mi dicessi una di quelle cazzate che ti vengono tanto facili.
Il sole nasce e io ti voglio sempre bene. Anche senza pioggia.