L’amore urbano

L’amore s’adatta, si plasma.
Vive in cattività come se nulla fosse, viaggia e trasloca, e qui a Buenos Aires diventa amore urbano.
Cerca spazio, allunga le braccia, rompe la crisalide e riesce a trovare il suo posto in due ragazzi seduti davanti all’ingresso di una casa che sicuramente non può essere la loro, al buio della sera, con un sacchetto di empanadas d’asporto.
Hanno fame e stanno cosí, a 20 anni o poco piú, buttati per strada ad imboccarsi a vicenda.
L’amore urbano.
Qui è diverso dalle altre città, è più povero, più sporco, più umile.
É magro, ha graffi sul viso e i polsi molto fragili.
Io passo, veloce come si cammina la sera quando si é da soli, ma loro neanche se ne accorgono: ridono e si puliscono dalle briciole.
Un autobus che suona il clacson, un padrone e un cane a passeggio, solo i kioscos aperti e qualche faro acceso di macchine vecchie.
Io li guardo e mi sembra davvero impossibile immaginarmi questi due ragazzi in un altro posto nel mondo diverso da quei due loro gradini.
L’amore urbano.

Delicate

Foto del 02-04-16 alle 16.53

 

83 giorni a Buenos Aires, 2 giorni di diluvio, 2 giorni ad un esame inutile, 20 panni stesi per casa.
Basta poco per definire la vita di una persona.
Quante volte fa la spesa, quanti libri compra e poi non legge, quanti secondi pensa prima di parlare. Tutti i No e quanti Sì.
Poche informazioni e le linee generali iniziano a comparire, si intersecano e rimangono sottili. Formano un disegno decifrabile con poca luce.
L’attitudine, la percezione, i sogni. -il vocabolario. La musica.
Come passa il sabato mattina, quanto ama la luce naturale delle giornate uggiose.
In che modo dosa malinconia ed entusiasmo.
Mentre disegno la mia vita sono fiera di ciò che vedo.
Questa è una piccola postilla nella bacheca della mia mente per rendermi chiaro cosa sto costruendo. Sempre con delicatezza.

La paura non parte né torna con me

Allora si parte.
È così che ci si sente, quando si sa ormai per certo che i mesi che separano la quotidianità dall’inizio di scelte solo mie, saranno pochi e di passaggio.
Un’attesa fugace, mentre cerco di rubare da queste giornate i dettagli di cui vorrò ricordarmi al di là dell’oceano. Come se indossassi un grande grembiule e cercassi di rubare granelli di sabbia, riempendomi le tasche e sperando che rimangano incastrati nelle cuciture della stoffa.
Porto con me sabbia sperando che non voli via.
Allora si parte. Dopo natale.
Vado a parlare spagnolo e a ravvivare il fuoco sotto i miei sogni.
Si parte?
Ancora sette mesi.
Forse non viaggerò sola.
Ancora sette mesi e riesco già a sentire il vento che si alza. La sabbia che diminuisce, i granelli persi.
Sto riempiendo il grembiule e so per certo che non ci starà tutto.
Sono partita nel momento in cui ho visto il mio nome nella graduatoria.
Mi trasferisco nove mesi nella terra di Evita, e ancora non lo so quanto riuscirò a tenermi stretto all’areoporto.
Sono felice. Non scappo, ma cresco.
E con la sabbia che resta sotto al mio letto, costriurò una casa solida al mio ritorno.
Una casa forte e chiara, come me.
Sincera.
“Cuántas cosas perdemos por miedo a perder. ”
Dejaré el miedo afuera de mi casa de arena. De mí promesa larga nueve meses.

“Cose da viaggio” dolci come il miele

Oggi inizierò con una banale frase fatta: viaggiare porta sempre con sè qualche cosa.
La Prof di italiano avrebbe già da ridire sull’indeterminazione del mio lessico. Però è proprio questo il punto: ciò che un viaggio porta e comporta non si può mai sapere. La “cosa” può essere un’abitudine, un sentimento, una piccola rivelazione. Un grande cambiamento, un inizio nuovo. Qualche foto.
Che noia, le frasi fatte.
Però io sono in Egitto, in mezzo al deserto, ho i piedi maleducamente appoggiati al tavolino di una camera con finestre molto grandi in un villaggio turistico altrettanto grande, e la prima città degna di tale nome si trova a 3 ore di macchina da me.
Una “cosa” che questo viaggio porta con sé?
Ho avuto il primo approccio alla letteratura russa e credo proprio che mi piaccia. Ho stilato una lista di classici della Terra degli Zar da leggere appena tornata in Italia, continuando con Tolstoj, e leggendo per la prima volta Dostoevskij e Čechov.
Stasera il vento è troppo forte per noi abituati alla nebbia della bassa romagnola dove l’inverno in questi mesi stagna freddo e umido. Il fatto che sia tardissimo e io sia ancora seduta sul divano della camera d’albergo è un’altra “cosa” da viaggio: eravamo reduci da una scottatura, e abbiamo battuto in ritirata al calduccio, dopo cena.
Le dinamiche dei rapporti umani sono magiche.
Sono quasi le 3 di notte e Papà ha appena finito di insegnare a me e mia sorella le basi del poker, mentre noi come al solito abbiamo ascoltato quasi sognanti le sue spiegazioni.
Per quanto lui possa detestare la categoria, io sono convinta che mio padre dovesse fare l’insegnate.
A modo suo lo è già.
Non si sa per quale ragione, io e la mia famiglia non ci eravamo mai confrontati con un mazzo di carte, tutti insieme, e stasera abbiamo giocato per ore.
In questa vacanza ho visto tutta la nostra pazienza. Ho visto come ci voglia tempo, dedizione e comprensione per amarsi. Le circostanze che aleggiano attorno a questa settimana africana che si deve ancora concludere mi hanno fatto percepire la coesione del nostro quartetto molto più del solito.
Domani andremo nel cuore del deserto, saremo sballottati dal vento tra quad e cammelli, solo perché io lo desideravo tanto. Oggi io e papà abbiamo fatto snorkeling anche se faceva un freddo cane, solo perché Erika è innamorata dei fondali marini.
Compromessi.
Pazienza.
Cose molto piccole.
Mamma che aiuta mia sorella in spiaggia con i compiti invece di prendere il sole.
Sono dinamiche famigliari difficili da capire per chi non è personalmente coinvolto, ma stasera volevo scrivere esattamente questo: le “cose da viaggio” che stanno riempiendo la mia valigia questa volta.
Volevo parlare d’amore, di sole e di letteratura.
La vita è dolce.

Per girare l’Italia non c’è mai tempo

-Che faccio, mi siedo?
-No, no! La troveremo prima o poi questa benedetta chiesa.
Mamma è in versione guida turistica e vuole trovare a tutti i costi La chiesa. Infatti per quanto ci provi non riesco a sedermi. Si vaga sbagliando strada innumerevoli volte per raggiungere San Pietro, che io dall’alto della mia ignoranza associavo solo a Roma. E invece no, Giancarlo dell’agriturismo (che ormai è quasi un nome proprio) ci ha fatto scoprire la San Pietro di Perugia.
Forse.
-Ancora 15 minuti di saliscendi e ci siamo.
San Pietro nasconde il suo campanile dietro alle alte porte etrusche della città. Andiamo a vedere una delle chiese con più opere d’arte al mondo. Ce l’ha raccontata Giancà, la storia: dopo una ribellione repressa nel sangue dallo stato pontificio, i benedettini hanno accolto e salvato gli insorti sopravvissuti nella loro chiesa perugina. Si vede che tra gli insorti c’erano tanti pittori, perché Giancà dice che tutti quei quadri li hanno regalati loro ai Benedettini, in segno di riconoscenza.
Un po’ al limite della leggenda, ma è una bella storia. Giancarlodellagriturismo mi sembra un uomo pieno di belle storie. Ne ha raccontate così tante questo weekend.
Quando si entra nella chiesa, bisogna camminare quasi fino all’altare e voltarsi verso la porta d’ingresso: si vedrà un quadro enorme e piuttosto caotico. Vi è un sole a sinistra e una luna a destra, immersi nelle figure disordinate di uomini in battaglia, con un’alone scuro intorno ad essi. Guardandolo dall’altare, le figure si confondono e restano solo la stella e il satellite, come due occhi, a formare uno sguardo cupo e cattivo.
Giancà ci ha raccontato che nel medioevo i Signori si dimenticavano spesso di pagare gli artisti che chiamavano a corte. Questi si incazzavano e si vendicavano nascondendo nei dipinti delle ‘oscenità’, come lo sguardo del diavolo di San Pietro.
Mi fa sorridere pensare a queste vendette artistiche, che ai tempi probabilmente venivano comprese solo dagli artefici stessi.
Perugia mi ha deluso, me l’immaginavo più bella.
Però sono contenta, perché finché le cose non si conoscono non si possono giudicare. Adesso posso dire che per me Assisi è più bella di Perugia e che Bevagna è un paese interessante. L’Umbria faceva parte di quell’Italia che non ho mai visto. Paradossale come io abbia girato più la Spagna che il mio stesso Paese, in un certo senso divertente: forse si preferisce fare i turisti nei posti dove si sente di appartenere di più. O forse, senza tanta poesia, è solo un caso. Fatto sta che ho mezz’anima profondamente spagnola e che il sud italia lo conosco poco e niente.
Ma voglio scoprirlo, e vorrei che in ogni posto ci fosse un Giancà pronto a raccontarmi tutte le storielle che vuole mentre faccio finta di crederci come una pera cotta, ma che sotto sotto mi fanno pensare per davvero.