I tre cipressi

Quando ero bambina mi ero innamorata di tre alti cipressi in cima a un colle coltivato. Un immenso mare dorato di grano, che culminava con tre piccole lacrime nere viste da lontano. Tre alberi in prospettiva che contrastavano il cielo cenerino. Sognavo di sedermi al bordo del campo, con tutta la collina davanti, e dipingere i miei tre amati cipressi nella pace primaverile.

Il campo e i suoi tre ospiti dimorano solo a qualche minuto da casa mia. Per molti anni sono stati tappa di un percorso obbligato rientrando a casa e io ho sempre spinto l’occhio fuori dal finestrino per salutare il mio paesaggio del cuore, come un vecchio amico, come le cose belle che si tengono da parte per paura di guastarle.

Quel quadro poi non l’ho mai fatto. Negli anni, il grano è stato tolto e al suo posto sono nate delle viti. Alte, vigorose, completamente fuori contesto. I miei tre cipressi si stagliano ora su un deserto tortile di legno e uva che ha rovinato il mio dipinto mentale.

Tutti i week end che rientro a casa, ora che per me essere adulta vuol dire non avere più una casa, mentre imbocco la curva in salita saluto sempre i miei cipressi. Li guardo con affetto, come si guarda il sogno di una bambina che nella vita ha sempre voluto fare tutto. Li guardo con nostalgia, pensando alla tela sprecata che ho usato per dipingere altro. Li guardo anche con il timore che prima o poi vengano sradicati anche loro, come il grano che sedeva loro di fronte.

Guardo questi cipressi come guardo alcune cose della mia vita: con affetto, con nostalgia e con timore.

Cose mai esistite, lingue morse a metà. Guardo tutto senza rimpianto, ma con il cruccio che possano sparire. Che possano diventare come quelle tristi finte cornici poste dagli enti comunali nei meravigliosi spazi naturali del Piemonte. Quelle cornici che volevano contenere il capolavoro dell’orizzonte ma che dopo pochi anni sono state imbrattate da giovani e pessimi parolieri, o semplicemente dimenticate.

Io guardo ancora i miei cipressi, senza cornici. Con grande affetto e desiderio che possano prosperare, senza essere dimenticati. Senza che loro mi odino per non averli dipinti. Che crescano fino ad essere tanto alti e immortali da fare ombra anche alle mie ossa. 

Gallerista al sole

Non sei più quella che eri ed è giusto che sia così.

Ogni mia storia inizia inizia sempre con una figura che passeggia.
Un cielo terso, un fiume molto antico, foglie appena bruciate che cadono da alberi stiracchianti.
Mi vedo vecchia, mentre cammino placida sul marciapiede costruito ai bordi del fiume di una città che non esiste. Quella che vedo è la città che la mia mente plasma unendo particolari di tutte quelle che sono state mie. Mi diverte molto il fatto che la più evidente sia quella che ho odiato e in cui ancora sono, Milano.
Sola, cammino.
Sembro una signora tranquilla, con grande dignità, che si diletta nel pomeriggio autunnale a prendere l’ultima carezza di sole, con la calma di chi non conosce più il significato del perdere tempo.
Dietro questa signora con un lungo cappotto marrone ci sono gli anni che non ho ancora vissuto e quelli che hanno già toccato le mie dita. Letteralmente, anche per gli anelli che porto.
Le rughe sono solo il minimo segno di una vita che è passata: gli anni si accumulano in ciò che portiamo addosso, come amuleti, che ci confortano e ci fanno sperare nel futuro. Come a dire: “Io sono questo: sono l’insieme delle cose che porto. Sulle mie dita, al mio collo, sulla mia pelle ci sono ricordi dal microscopico peso, che ho eletto a simboli nel mio andare avanti”.
Riavvolgo l’immagine della signora come un nastro e la vedo ringiovanire di anno in anno, la vedo seduta in tarda notte a un tavolo della cucina, così simile a quello della mia infanzia, preoccupata per qualche cavillo nel contratto della quotidianità. Sola, nuovamente, ma soltanto per quella piccola parentesi notturna. Una parentesi che inizia crucciata e che muta poi in una finestra salvifica, per chiudere fuori un momento il brusio delle lunghissime giornate feriali e lucidamente razionalizzare ciò che è stato negli anni.
Una gallerista che finalmente, di notte, insieme al silenzio, può sedere davanti a un’opera e guardarla nel suo insieme. Che magari sorride, ritrovando nel quadro qualcosa che pensava di aver perso.

Gli amuleti che portiamo addosso ci ricordano cosa abbiamo scelto fosse importante.
Ogni sfumatura, ogni segreto, ogni amica morta, ogni depressione conosciuta, ogni parola repressa, ogni forza da dividere, ogni trasloco, ogni lavoro, ogni frivolezza, ogni cancro, ognuna di queste cose che decidiamo di non portare sulle mani giace sul fondale del nostro pozzo, sulla pianta dei nostri piedi.
Tranne che per queste piccole, silenziose, parentesi notturne. Dove tutto galleggia, ma in maniera lucida. Quando ci rendiamo conto di non essere più ciò che eravamo, e che è giusto che sia così.


Come pesca intatta

Se è vero che il cuore nel petto é come pesca intatta il mio frutto è stato tagliato a metà: due enormi spicchi grondanti di succo acidulo per sfamare i bambini più difficili.
La pesca crepata di chi non può avere pace, di un animo sempre in fuga da braccia esili che nulla stringono e che cadono molli lungo i tuoi fianchi. Di un’anima fragile che mal si dosa, che non si protegge.
Una pesca rotta dalla troppa calura.

Sputeró il nocciolo del mio cuore marcio e cercheró un posto nella terra morbida per seppellirlo.
Spero che questa terra mora lo divori e lo digerisca, che lo rigetti solo a tempo debito, sbocciando in un altro germoglio tra qualche primavera.
Oggi è inverno, la terra è gelata: il petto non può più contenerlo e il suolo non lo accoglie e questo maledetto nocciolo, inutile e secco, resta in attesa sulla mia lingua,
grattandomi a sangue la gola.

L’insostenibile leggerezza del mio sonno cosciente

Sì, questa è la morte: Tereza dorme, fa sogni terribili e lui non può risvegliarla.

Il mondo onirico fluttua perennemente tra le mie pagine.
Questo è il mio tempo: quello del sonno turbato, mesto, sudato e insaziabile.

Tereza è una donna consapevole ma non per questo meno triste. Tereza convive con la sua controparte tutti i giorni, la accetta, la ama e stringe i pugni.
Tereza non ama la notte poiché il suo vaso di Pandora viene rovesciato: nel sonno le peggiori fantasie e i più orridi scenari le si propongono come fotogrammi di una sala da cinema mai chiusa. Tereza urla strepita scalcia e continua a dormire.

Questo è il mio tempo, il tempo di Tereza: faccio sogni terribili e non vengo svegliata.
Annaspo nella memoria inconscia e nessun appiglio resiste alla mia mano pesante.
Un flusso infinito circola sotto le mie palpebre e niente spezza questa catena che segna le mie caviglie con lividi opachi.

Tutto ciò che si sussegue nella mia vita è già passato per le mie meningi: ciò che tu ora mi dici, io l’ho già sognato tremante.
L’insostenibile leggerezza del mio orribile sonno cosciente.

Sueños malparidos

Forse quello che sogno rimane impresso indelebile su carta da lettere, come un alone rosso, il sigillo di un bacio epistolare.
I miei sogni vengono scritti con parole mancanti e infilati in una busta. La chiudo passando la lingua sul suo lembo bianco, ma questa rimane sempre tra le carte non imbucate, perché i miei sogni sono fitti sciami di moscerini che si disperdono al primo gesto della mia mano nell’aria.
Seguono il flusso del vento serale e solo a volte tornano a posarsi dentro al mio orecchio.
Ronzano cattivi e io mi tengo le mani sulla fronte calda sperando che in fretta cambino sogno, cambino orecchio.
Ronzano tanto forte che mi trovo costretta in un altro fastidioso bacio a questa carta ruvida che mai sa lasciarmi quieta.
Sogno viole, lucciole e crisantemi.
E poi, più niente.
La mia mano si alza. I moscerini sono dispersi nella calda sera della mia latitudine e la mia mente tace, appena sveglia e stropicciata, dubbiosa e fidente nell’aver tutto mal compreso e interpretato.

L’imballaggio seriale dei miei cari

Il mio sport preferito è l’imballaggio seriale dei miei cari.
Ogni volta che qualcuno si avvicina al mio cuore scatta in me l’irrefrenabile necessità di imballarlo con nuvole di morbido cotone. Faccio talmente tanti strati attorno a quei corpi a me carissimi che loro smettono di sentire ogni cosa.
Questo è il mio obiettivo: ovattare i miei tesori in modo che niente possa ferirli.
Quando finisco il cotone mi stacco ciocche di capelli e continuo a prevenire ginocchia sbucciate e mignolini contro gli spigoli, ustioni per il troppo sole e forti dolori al petto a causa dei miei passi falsi. Quando anche i riccioli sono terminati mi spoglio e continuo a proteggerli con i vestiti appallottolati, sperando che almeno quelli li possano allontanare da delusioni o nervosismi.
Intreccio le mie ciglia e ne faccio un ombrello per tenerli riparati da fulmini a ciel sereno, e uso la mia lingua per farli sedere su un cuscino di dolci parole che li faccia sentire a casa.

Me le lego tutte in cinta, le persone preziose che imballo, e continuo a camminare in avanti trascinandole nei duri anni che si susseguono.
Cammino così: glabra, muta e nuda, con 5 o 6 gomitoli fissati sulla vita.
Cammino tanto che i piedi mi sanguinano ma non mi rimane niente con cui asciugarli.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

I tuoi capelli sono rivoli d’acqua gelida diramati dal ghiacciaio che sciolgo con l’aria calda del phon quando giochiamo ad essere brave sorelle.

Come tra la sabbia le mie dita scorrono lisce sulla tua testa e pettinano il tuo campo dorato, fino a che i tuoi severi occhioni blu incontrano i miei con grande disappunto, per un nodo tirato o un passaggio sbagliato del nostro rituale.
Non ho mai asciugato nessun capello al di fuori dei tuoi.
È l’undicesimo comandamento del nostro segreto testo sacro, che mai ci siamo prese la briga di concordare.
Sappiamo solo che quando le circostanze si fanno sgarbate o uniche, io ti devo asciugare i capelli.
Come fosse una carezza per guidarti in nuove acque, o forse per farmi guidare dalle tue redini di paglia.
A volte mi chiedo se saremmo mai potute essere amiche se nate in diverse case, da diversi padri e madri con diversi rituali, diversi bagni, diversi asciugacapelli.
Saremmo mai riuscite a trovare un punto d’incontro tra il tuo essere gelida e schietta e il mio essere entusiasta e dispettosa?
Un punto d’incontro silenzioso e preciso come quello che abbiamo ora.
Non so darmi risposta.
Io ci vedo solamente in questa fotografia: tu seduta davanti allo specchio e io in piedi dietro di te.