L’imballaggio seriale dei miei cari

Il mio sport preferito è l’imballaggio seriale dei miei cari.
Ogni volta che qualcuno si avvicina al mio cuore scatta in me l’irrefrenabile necessità di imballarlo con nuvole di morbido cotone. Faccio talmente tanti strati attorno a quei corpi a me carissimi che loro smettono di sentire ogni cosa.
Questo è il mio obiettivo: ovattare i miei tesori in modo che niente possa ferirli.
Quando finisco il cotone mi stacco ciocche di capelli e continuo a prevenire ginocchia sbucciate e mignolini contro gli spigoli, ustioni per il troppo sole e forti dolori al petto a causa dei miei passi falsi. Quando anche i riccioli sono terminati mi spoglio e continuo a proteggerli con i vestiti appallottolati, sperando che almeno quelli li possano allontanare da delusioni o nervosismi.
Intreccio le mie ciglia e ne faccio un ombrello per tenerli riparati da fulmini a ciel sereno, e uso la mia lingua per farli sedere su un cuscino di dolci parole che li faccia sentire a casa.

Me le lego tutte in cinta, le persone preziose che imballo, e continuo a camminare in avanti trascinandole nei duri anni che si succedono.
Cammino così: glabra, muta e nuda, con 5 o 6 gomitoli fissati sulla vita.
Cammino tanto che i piedi mi sanguinano ma non mi rimane niente con cui asciugarli.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

I tuoi capelli sono rivoli d’acqua gelida diramati dal ghiacciaio che sciolgo con l’aria calda del phon quando giochiamo ad essere brave sorelle.

Come tra la sabbia le mie dita scorrono lisce sulla tua testa e pettinano il tuo campo dorato, fino a che i tuoi severi occhioni blu incontrano i miei con grande disappunto, per un nodo tirato o un passaggio sbagliato del nostro rituale.
Non ho mai asciugato nessun capello al di fuori dei tuoi.
È l’undicesimo comandamento del nostro segreto testo sacro, che mai ci siamo prese la briga di concordare.
Sappiamo solo che quando le circostanze si fanno sgarbate o uniche, io ti devo asciugare i capelli.
Come fosse una carezza per guidarti in nuove acque, o forse per farmi guidare dalle tue redini di paglia.
A volte mi chiedo se saremmo mai potute essere amiche se nate in diverse case, da diversi padri e madri con diversi rituali, diversi bagni, diversi asciugacapelli.
Saremmo mai riuscite a trovare un punto d’incontro tra il tuo essere gelida e schietta e il mio essere entusiasta e dispettosa?
Un punto d’incontro silenzioso e preciso come quello che abbiamo ora.
Non so darmi risposta.
Io ci vedo solamente in questa fotografia: tu seduta davanti allo specchio e io in piedi dietro di te.