L’amore urbano

L’amore s’adatta, si plasma.
Vive in cattività come se nulla fosse, viaggia e trasloca, e qui a Buenos Aires diventa amore urbano.
Cerca spazio, allunga le braccia, rompe la crisalide e riesce a trovare il suo posto in due ragazzi seduti davanti all’ingresso di una casa che sicuramente non può essere la loro, al buio della sera, con un sacchetto di empanadas d’asporto.
Hanno fame e stanno cosí, a 20 anni o poco piú, buttati per strada ad imboccarsi a vicenda.
L’amore urbano.
Qui è diverso dalle altre città, è più povero, più sporco, più umile.
É magro, ha graffi sul viso e i polsi molto fragili.
Io passo, veloce come si cammina la sera quando si é da soli, ma loro neanche se ne accorgono: ridono e si puliscono dalle briciole.
Un autobus che suona il clacson, un padrone e un cane a passeggio, solo i kioscos aperti e qualche faro acceso di macchine vecchie.
Io li guardo e mi sembra davvero impossibile immaginarmi questi due ragazzi in un altro posto nel mondo diverso da quei due loro gradini.
L’amore urbano.

I piedi della tapparella accanto

Gianna sedeva davanti alla porta finestra del suo piccolo appartamento, tutti i giorni, pranzo e cena.
Lasciava la tapparella alzata così che la luce naturale potesse entrare libera, mentre lei mangiava tranquilla carote crude e limone.
Proprio di fronte alla sua finestra, ce n’era un’altra altrettanto grande, con le tapparelle a metà, come una triste bandiera a mezz’asta.
Dei piccoli fiori lilla crescevano sul davanzale e canne di bambù erano poste come un accenno di barriera verso il mondo esterno. Come a dire: esisto, ma non vi voglio.
Il vetro oltre le tapparelle non era mai chiuso, e ogni tanto si percepivano passi leggeri avanti e indietro per la stanza, a piedi nudi.
All’inizio non ci aveva neanche fatto caso, il suo sguardo passivo era semplicemente costretto in quella direzione. Poi, dopo settimane, aveva imparato a notare come il ritmo e la vita di quei passi cambiassero giorno per giorno.
Il martedì mattina erano nervosi e andavano di fretta, scalpitavano verso la porta con una scarpa si e una no; il giovedì a pranzo erano spesso arrabbiati, ma per cena avevano già levato il broncio. Il venerdì s’innamoravano e il sabato erano quasi impercettibili, assonnati. La domenica uscivano presto su tacchi alti e tornavano solo il lunedì.
Gianna ormai s’era intimamente affezionata.
Dopo qualche tempo, in un qualsiasi giorno di studio della settimana, Gianna si era seduta a tavola con merluzzo e piselli nel piatto, si era versata l’acqua nel bicchiere, e aveva alzato la testa.
La tapparella era completamente sollevata.
Ne era rimasta basita.
Restava seduta, con la forchetta a mezz’aria, guardando finalmente le pareti bianche dell’appartamento di fronte, il piccolo specchio ovale, il tavolo di legno chiaro che sporgeva, e due stendini pieni di biancheria.
Una figura piuttosto robusta stava attraversando la stanza, con i capelli castani legati, una canotta viola e dei pantaloncini di tuta grigi. Scalza.
Eccoli, i piedi della tapparella accanto.
Gianna aveva immaginato la loro proprietaria come una figura più distinta, più piacevole. Ma poco importava, da un momento all’altro ciò che le era sempre stato negato si era palesato davanti alla sua bocca aperta e stupita, senza invito e senza avvertire.
Si sentiva come se le sue abitudini fossero state stravolte, azzerate.
Gianna non era pronta per questo genere di cambiamento.
Aveva mollato la forchetta e si era alzata bruscamente.
La sedia era caduta, offesa come sempre dopo i movimenti maleducati. La mano le tremava ma era riuscita a stringere la maniglia della finestra e a tirarla verso di sé facendo forza sugli infissi molto vecchi. Un clacson l’aveva salutata dalla strada lontana e il sottile vento estivo aveva sparso tutt’intorno i mozziconi del posacenere sul parapetto.
Gianna era rimasta così, appesa alla ringhiera del terrazzino, mentre il merluzzo si freddava e l’inquilina di fronte incurante continuava a passeggiare.
Aveva pensato che la verità non era poi così importante alla fine dei conti.
Certe cose avrebbe preferito non saperle.
La donna aveva quarant’anni almeno e si muoveva goffamente, trascinando un corpo tozzo che andava a sbattere contro i mobili senza attenzione, con aloni di sudore sotto le ascelle e un’aria molto scocciata.
Ci sono speranze e aspirazioni che nutrono i nostri sogni migliori. Così che gli uomini possano crogiolarsi nell’idea di qualcosa di dolce e perfetto che però non possono raggiungere.

Si erano guardate.
La donna aveva grugnito piano e aveva abbassato nuovamente la tapparella, facendola tornare alla sua posizione iniziale.
Gianna aveva rialzato la sedia e si era seduta.
“Meglio così”.

 

Diana

Ti sogno spesso e sei sempre bellissima.
Sogno giornate meravigliose nelle quali Erika, tu ed io andiamo in giro per il mondo e proviamo cose mai viste. Tu sei piena di energie, ringiovanita di vent’anni almeno, e ci guidi, ci insegni, ci incoraggi.
Hai capelli di seta e profumi di fiori.
Sei sempre molto elegante anche se non ne capisco il motivo.
Parli di quanto ci amerai infinitamente anche dopo essertene andata, e di come rimarremo per sempre unite e salve dentro il tuo abbraccio Caldo.
Puro.
Santo.
Poi, alla fine di queste giornate incredibili, ci lasci.
Senza dire niente, esci da sogno.
La realtà si insinua perfida e anche nel mondo di Orfeo qualcuno è costretto a dirmi che devo vestirmi di nero e adattare la mia vita.
Più mi allontano da casa più tutto mi parla di te.
Sento ancora il tuo abbraccio e credo nel nostro legame d’amore, ma mi manchi in modi talmente profondi e segreti che mi risultano impossibili da raccontare.
Le tue radici crescono sempre forti nel mio cuore e io ti aspetterò stesa su un prato ad occhi chiusi mentre il sole mi bacia, in silenzio davanti al mare piatto con la sabbia calda sotto i piedi, leggendo un nuovo libro, in tutto ciò che sarà scoperta e conquista. Ogni volta che la vita esploderá.
Ci sarai.

Mentre cucino zucchine mi scappano le idee

Mentre cucino zucchine
il coltello si muove sulla carne verde
fa un rumore sordo – le sveglia, si rialza e torna ad abbracciarle ogni volta che sbatte contro la plastica dura del tagliere
mi piace cucinare le zucchine perché parlano
Nuotano nel mare della padella, e si divertono a fare le bolle
come i bambini
Adoro cuocere le zucchine perché profumano sempre di casa
Si staccano i semini bianchi appesi al petto e me li regalano come pegno d’amore
facendoli galleggiare sull’acqua
Quando cucino zucchine mi scappano le idee
sono troppo concentrata a mescolarle e mi distraggo
lascio la finestra aperta così almeno possono andare lontano
magari trovano il posto giusto e si mettono a fare carriera
diventano idee di successo
Chissà

Delicate

Foto del 02-04-16 alle 16.53

 

83 giorni a Buenos Aires, 2 giorni di diluvio, 2 giorni ad un esame inutile, 20 panni stesi per casa.
Basta poco per definire la vita di una persona.
Quante volte fa la spesa, quanti libri compra e poi non legge, quanti secondi pensa prima di parlare. Tutti i No e quanti Sì.
Poche informazioni e le linee generali iniziano a comparire, si intersecano e rimangono sottili. Formano un disegno decifrabile con poca luce.
L’attitudine, la percezione, i sogni. -il vocabolario. La musica.
Come passa il sabato mattina, quanto ama la luce naturale delle giornate uggiose.
In che modo dosa malinconia ed entusiasmo.
Mentre disegno la mia vita sono fiera di ciò che vedo.
Questa è una piccola postilla nella bacheca della mia mente per rendermi chiaro cosa sto costruendo. Sempre con delicatezza.

Presa

Tanto tempo fa esisteva un’isola felice chiamata Presa.
Le persone a Presa non potevano vivere autonomamente: il loro organismo riusciva a produrre l’energia sufficiente solo per le funzioni pratiche del corpo, come mangiare, lavarsi i denti, soffiarsi il naso. Il problema degli abitanti di Presa consisteva nel pensare: mettere in fila le idee, parlare, sognare, studiare, erano attività con un dispendio energetico troppo alto e purtroppo questa triste situazione costringeva tutti a restare in casa e a limitare le interazioni sociali.
Non esisteva l’amore ma solo l’atto sessuale, l’amicizia si limitava al baratto di cose materiali utili per provvedere ad una vita apatica e pratica come quella di Presa. La politica ovviamente non esisteva e tutto era regolato dalla fame, dal sonno, dai pruriti fisici.
Benché l’immigrazione di individui pensanti fosse quasi nulla, un ricercatore universitario con molte idee e pochi soldi, si interessò al caso di Presa e decise di trasferirsi. Com’era possibile vivere senza pensare?
Rimase anni lontano da casa, e le sue ricerche furono difficili e ostacolate.
Ma finalmente, riuscì a sviluppare una soluzione.
Si avvalse come cavia di un ragazzo giovane nel pieno delle forze, e installò su di lui un piccolo marchingegno elettrico che colmasse le lacune energetiche del suo organismo. Fece due buchi sulla nuca e connesse il suo cervello alla scatolina elettrica fissata alla cintura.
Funzionò.
Le corde vocali del ragazzo vibrarono per la prima volta e la sua voce uscì. Il ricercatore gli insegnò a parlare, a contare e a studiare come si fa con un bambino.
Non ci fu nemmeno bisogno di insegnargli a pensare: quello venne da sé.
Il ricercatore immigrato gli aveva donato gli strumenti necessari per istruire l’intera isola.
Ci vollero una decina di anni prima che tutto il popolo di Presa fosse dotato di processore energetico e potesse usufruire della sua ricchezza tramite quei piccoli fori sulla nuca, quella piccola ‘’presa’’ elettrica che spalancava le porte del mondo intero.
Dopo 50 anni il ricercatore morì, ma la ricchezza che aveva creato restò intatta: ormai Presa era diventata l’eccellenza della civiltà mondiale, centro di cultura, di politica e di sapere.
Era nata una nuova dinastia di individui pensanti e consapevoli, che si mantenne per l’eternità.
Tutti gli abitanti ancora sorridono ripensando a quanto poco sarebbe bastato per creare prima quell’impero. Connettendo, semplicemente, il cervello alla presa.

La ragazza che starnutiva microeconomia

Si chiamava Giorgia e non era molto graziosa.
Aveva folti riccioli castani che si scioglievano dolci lungo tutta la schiena, ma sembrava sempre stropicciata: il suo viso aveva un’armonia spezzata, il naso non combaciava con le labbra e gli occhi erano troppo vicini o troppo distanti, il mento troppo a punta, la fronte troppo alta.
Aveva però uno splendido modo di camminare: sembrava che neanche toccasse terra, si muoveva leggera ed elegante per strada e tra i banchi dell’università, non le era mai capitato di sbattere il mignolino in un qualsiasi spigolo né di finire ingenuamente contro una porta di vetro. Sapeva dove e come muoversi, e questo le conferiva un gran fascino nonostante la sua scarsa bellezza.
Frequentava economia, anche se non le piaceva: la trovava così ostica da chiedersi ripetutamente per quale assurdo motivo avesse scelto un corso di laurea dove nessuno menzionava i grandi autori del ‘900 e i poeti romantici della letteratura francese. Nelle sue lezioni si parlava solo di Elasticità della Domanda o della Marginal rate of Substitution.
In particolare, stava frequentando un corso in inglese di Microeconomia.
Aveva deciso che tanto valeva buttarsi su qualcosa di tosto, già ch’era costretta a parlar di numeri.
La prima lezione fu un disastro.
Riusciva a cogliere l’importanza delle parole che uscivano ubbidienti in fila dalla bocca del professore, ma non il loro ordine. Non il senso.
Quelle dopo non migliorarono: la matematica invadeva prepotente ogni slide powerpoint proiettata sul muro, e i concetti spiegati, benché vagamente interessanti, diventavano ghirigori arabi tra tutti quei numeri.
Accadeva però, che quando il dinamico Professore riusciva a farle capire grafici e derivate parziali, Giorgia prendeva a starnutire.
Uno starnuto se aveva in pugno le linee generali dell’argomento, Due se le erano rimasti solo dubbi superficiali e Tre quando riusciva anche a svolgere bene gli esercizi. Con Tre starnuti e mezzo la classe andava in visibilio e per tutti era una gran festa.
Mancavano tre settimane al primo esame e l’unico desiderio di Giorgia non era un 30 o un 18, ma solo Quattro starnuti, tutti di fila, rumorosi e di buon auspicio.