Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

I tuoi capelli sono rivoli d’acqua gelida diramati dal ghiacciaio che sciolgo con l’aria calda del phon quando giochiamo ad essere brave sorelle.

Come tra la sabbia le mie dita scorrono lisce sulla tua testa e pettinano il tuo campo dorato, fino a che i tuoi severi occhioni blu incontrano i miei con grande disappunto, per un nodo tirato o un passaggio sbagliato del nostro rituale.
Non ho mai asciugato nessun capello al di fuori dei tuoi.
È l’undicesimo comandamento del nostro segreto testo sacro, che mai ci siamo prese la briga di concordare.
Sappiamo solo che quando le circostanze si fanno sgarbate o uniche, io ti devo asciugare i capelli.
Come fosse una carezza per guidarti in nuove acque, o forse per farmi guidare dalle tue redini di paglia.
A volte mi chiedo se saremmo mai potute essere amiche se nate in diverse case, da diversi padri e madri con diversi rituali, diversi bagni, diversi asciugacapelli.
Saremmo mai riuscite a trovare un punto d’incontro tra il tuo essere gelida e schietta e il mio essere entusiasta e dispettosa?
Un punto d’incontro silenzioso e preciso come quello che abbiamo ora.
Non so darmi risposta.
Io ci vedo solamente in questa fotografia: tu seduta davanti allo specchio e io in piedi dietro di te.

Messaggio di pace

14 agosto 2015

Tutte le volte che lascio troppi mesi in balia di pagine bianche, non so mai da che parte ricominciare a scrivere.
Mio padre mi ha sempre detto che gli anni sono un’invenzione che non ci appartiene: la vita dell’uomo si misura in mesi.
Forse è una concezione della vita un po’ epicurea, ma sono d’accordo.
Magari solo perchè è mio padre.
Vivere degnamente mille mesi è il più grande desiderio che lui abbia mai espresso.
In questo periodo da pagina bianca i momenti di cui avrei voluto scrivere non sono mancati, ma le parole erano dispettose, non s’infilavano, e alla fine le fotografie che volevo tradurre in caratteri si sono sbiadite.
Si sono accumulate, e sono diventate un groviglio di nodi che non riesco più a slegare.
Oggi scrivo per celebrare i miei 226 mesi e la notte di Ferragosto.

Sono passati 30 mesi da quella notte, e altrettante pagine bianche.
E’ il 12 febbraio 2018, e io sono seduta davanti allo stesso pc, con lo stesso deposito di fotografie cerebrali che ho lasciato andare al macero da un anno a questa parte.
Oggi compio 256 mesi, e lo faccio sotto una neve sottile che resiste da ore e che, come un soldato, si nasconde in una luce pallida, mortale.
Questo è un messaggio di pace verso le mie parole.
Mi hanno abbandonato e sono sola e impotente senza di loro.
Vi curerò.
Tornate da me.

Peonie bellissime dagli angoli bui della tua scatola cranica

Peonie bellissime
dagli angoli bui della tua scatola cranica
Nascono nonostante la tua visione cinica
Di un’intelligenza che pensi non t’appartenga più.
Non cogli la bellezza criptica
Del giardino di petali morbidi
Che ti fa capolino dalle orecchie
E i riccioli cadono leggeri
sui cespugli dei tuoi candidi fiori.
Hanno un profumo così intenso
E la tua pelle ne è intrisa
Permea le stanze che chiami casa
È sempre primavera nella tua scatola chiusa
Ovunque tu metta piede
Non vi è ombra
Né male
La vita ti accompagna e rinasce
Ma il tuo credo cresce e mette radici
Sfiduci le peonie che t’hanno creata
E non t’accorgi più del vento nuovo con cui rinfreschi
La noia loquace di menti assopite.
Le domande – i dubbi – i progetti
Più non ti sazi
Ti chiedi ancora quante verità non conosci
Tutto ciò che fai è temere
l’aridità del tuo giardino
Mentre il sole continua a calare
Su cervelli che non hanno fiori.

Volver

Le immagini mi sfuggono dalla mente
Di tutto ciò che ho visto e vissuto
Non mi rimane che un confuso ricordo
Come se avessi sfiorato vite che non potevano appartenermi
e queste si fossero liberate dalla morsa dei miei occhi
Ribellate al mio inchiostro

I pensieri vorticano senza ordine e la bellezza che ho appreso va perduta
Non vi è rimedio alla mia memoria ubriaca

Dove sono andati a finire tutti quei chilometri
Le storie sentite sopra vecchi autobus
Le infinite strade di cemento

La notte è buia dentro la mia testa
e di tutto questo mondo appena scoperto
Non resta che una debole candela
Per rischiarare solo la terra che calpesto ora.

I contorni sono sfumati
e i ricordi intrappolati distrattamente fra la mia pelle sono come schegge di legno prossime all’espulsione.

L’amore urbano

L’amore s’adatta, si plasma.
Vive in cattività come se nulla fosse, viaggia e trasloca, e qui a Buenos Aires diventa amore urbano.
Cerca spazio, allunga le braccia, rompe la crisalide e riesce a trovare il suo posto in due ragazzi seduti davanti all’ingresso di una casa che sicuramente non può essere la loro, al buio della sera, con un sacchetto di empanadas d’asporto.
Hanno fame e stanno cosí, a 20 anni o poco piú, buttati per strada ad imboccarsi a vicenda.
L’amore urbano.
Qui è diverso dalle altre città, è più povero, più sporco, più umile.
É magro, ha graffi sul viso e i polsi molto fragili.
Io passo, veloce come si cammina la sera quando si é da soli, ma loro neanche se ne accorgono: ridono e si puliscono dalle briciole.
Un autobus che suona il clacson, un padrone e un cane a passeggio, solo i kioscos aperti e qualche faro acceso di macchine vecchie.
Io li guardo e mi sembra davvero impossibile immaginarmi questi due ragazzi in un altro posto nel mondo diverso da quei due loro gradini.
L’amore urbano.

I piedi della tapparella accanto

Gianna sedeva davanti alla porta finestra del suo piccolo appartamento, tutti i giorni, pranzo e cena.
Lasciava la tapparella alzata così che la luce naturale potesse entrare libera, mentre lei mangiava tranquilla carote crude e limone.
Proprio di fronte alla sua finestra, ce n’era un’altra altrettanto grande, con le tapparelle a metà, come una triste bandiera a mezz’asta.
Dei piccoli fiori lilla crescevano sul davanzale e canne di bambù erano poste come un accenno di barriera verso il mondo esterno. Come a dire: esisto, ma non vi voglio.
Il vetro oltre le tapparelle non era mai chiuso, e ogni tanto si percepivano passi leggeri avanti e indietro per la stanza, a piedi nudi.
All’inizio non ci aveva neanche fatto caso, il suo sguardo passivo era semplicemente costretto in quella direzione. Poi, dopo settimane, aveva imparato a notare come il ritmo e la vita di quei passi cambiassero giorno per giorno.
Il martedì mattina erano nervosi e andavano di fretta, scalpitavano verso la porta con una scarpa si e una no; il giovedì a pranzo erano spesso arrabbiati, ma per cena avevano già levato il broncio. Il venerdì s’innamoravano e il sabato erano quasi impercettibili, assonnati. La domenica uscivano presto su tacchi alti e tornavano solo il lunedì.
Gianna ormai s’era intimamente affezionata.
Dopo qualche tempo, in un qualsiasi giorno di studio della settimana, Gianna si era seduta a tavola con merluzzo e piselli nel piatto, si era versata l’acqua nel bicchiere, e aveva alzato la testa.
La tapparella era completamente sollevata.
Ne era rimasta basita.
Restava seduta, con la forchetta a mezz’aria, guardando finalmente le pareti bianche dell’appartamento di fronte, il piccolo specchio ovale, il tavolo di legno chiaro che sporgeva, e due stendini pieni di biancheria.
Una figura piuttosto robusta stava attraversando la stanza, con i capelli castani legati, una canotta viola e dei pantaloncini di tuta grigi. Scalza.
Eccoli, i piedi della tapparella accanto.
Gianna aveva immaginato la loro proprietaria come una figura più distinta, più piacevole. Ma poco importava, da un momento all’altro ciò che le era sempre stato negato si era palesato davanti alla sua bocca aperta e stupita, senza invito e senza avvertire.
Si sentiva come se le sue abitudini fossero state stravolte, azzerate.
Gianna non era pronta per questo genere di cambiamento.
Aveva mollato la forchetta e si era alzata bruscamente.
La sedia era caduta, offesa come sempre dopo i movimenti maleducati. La mano le tremava ma era riuscita a stringere la maniglia della finestra e a tirarla verso di sé facendo forza sugli infissi molto vecchi. Un clacson l’aveva salutata dalla strada lontana e il sottile vento estivo aveva sparso tutt’intorno i mozziconi del posacenere sul parapetto.
Gianna era rimasta così, appesa alla ringhiera del terrazzino, mentre il merluzzo si freddava e l’inquilina di fronte incurante continuava a passeggiare.
Aveva pensato che la verità non era poi così importante alla fine dei conti.
Certe cose avrebbe preferito non saperle.
La donna aveva quarant’anni almeno e si muoveva goffamente, trascinando un corpo tozzo che andava a sbattere contro i mobili senza attenzione, con aloni di sudore sotto le ascelle e un’aria molto scocciata.
Ci sono speranze e aspirazioni che nutrono i nostri sogni migliori. Così che gli uomini possano crogiolarsi nell’idea di qualcosa di dolce e perfetto che però non possono raggiungere.

Si erano guardate.
La donna aveva grugnito piano e aveva abbassato nuovamente la tapparella, facendola tornare alla sua posizione iniziale.
Gianna aveva rialzato la sedia e si era seduta.
“Meglio così”.

 

Diana

Ti sogno spesso e sei sempre bellissima.
Sogno giornate meravigliose nelle quali Erika, tu ed io andiamo in giro per il mondo e proviamo cose mai viste. Tu sei piena di energie, ringiovanita di vent’anni almeno, e ci guidi, ci insegni, ci incoraggi.
Hai capelli di seta e profumi di fiori.
Sei sempre molto elegante anche se non ne capisco il motivo.
Parli di quanto ci amerai infinitamente anche dopo essertene andata, e di come rimarremo per sempre unite e salve dentro il tuo abbraccio Caldo.
Puro.
Santo.
Poi, alla fine di queste giornate incredibili, ci lasci.
Senza dire niente, esci da sogno.
La realtà si insinua perfida e anche nel mondo di Orfeo qualcuno è costretto a dirmi che devo vestirmi di nero e adattare la mia vita.
Più mi allontano da casa più tutto mi parla di te.
Sento ancora il tuo abbraccio e credo nel nostro legame d’amore, ma mi manchi in modi talmente profondi e segreti che mi risultano impossibili da raccontare.
Le tue radici crescono sempre forti nel mio cuore e io ti aspetterò stesa su un prato ad occhi chiusi mentre il sole mi bacia, in silenzio davanti al mare piatto con la sabbia calda sotto i piedi, leggendo un nuovo libro, in tutto ciò che sarà scoperta e conquista. Ogni volta che la vita esploderá.
Ci sarai.