Estratti epistolari

La tentazione divora le dita dell’esile scriba, fino ad un attimo prima chino sui suoi lavori, e ora frenetico dopo la scoperta delle lettere!
Come vorrebbe dare risposta a tutte quelle carte mute da decenni, per dire che un finale diverso è possibile, che l’anonimo amante non deve lasciarsi spegnere!
Egli pensa però, subito dopo, che il desiderio di dare risposta a quelle lettere perse è più grande di ciò che in realtà può dirgli.
Lo scrivano non ha nessuna certezza per raccontare quello che non è:
s’immagina l’innamorato dall’altro capo del filo epistolare e
ricorda bene quanto l’infatuazione possa giostrare le marionette del cervello e far vedere maestosi ruggiti in timidi miagolii.
Riflette sulla predisposizione cognitiva dell’amante, che legge tutto con gli occhi di chi cerca parole d’amore nascoste nei titoli di giornale.
Matto di malinconia, se anche le trovasse, non le interpreterebbe nei giusti tempi né con i giusti modi.
Il copista si arrovella sulla possibilità di una storia che non è stata scritta.
Perché arrivare a lasciar mute queste lettere? Come una cornetta alzata che continua a tubare senza fine.
Vorrebbe tamponare la falla di questo tubo d’amore che spreca gli ingiusti sentimenti dell’amata e dell’amante. Purtroppo però guarda le lettere con l’amaro dell’inutilità: sa che non potrebbe dire niente senza essere frainteso.
Così tante parole sarebbero buttate al vento nella volontà di rispondere per dare risposta, di scrivere per scrivere, per sapere che lui è ancora lui e lei ancora lei, che tutto segue il corso naturale del silenzio, del dolore e della vita.
Niente potrebbe dirgli per toglierlo da quello stato di malinconia.
Niente potrebbe, se non aumentarla, così che lo slancio epistolare per la necessità di dare risposta non sarebbe altro che la colata a picco di parole uscite dalla penna secondo una volontà e riflesse sulla carta del destinatario con un altro senso.
Due anime che non usano più lo stesso alfabeto riguardo al preciso argomento.

Il copista ripone le carte in mezzo al manoscritto in cui erano conservate. Inserisce nuovamente il volume nella mensola dedicata dell’immensa libreria.
Spegne le luci dello studiolo e non scrive più nemmeno una sillaba.
Per questo le lettere che ha trovato sono senza risposta: non c’è parola adatta per la penna di chi ha paura di non essere capito.

tender is the night

Tenera è la notte che ci suggerisce parole cifrate
sciolte solo in questo unico canale
la comunicazione in differita
di un cuore teso che recita solo per dodici ore

Tenera è la notte delle parole che abbiamo appeso al fil di ferro in giardino
insieme ai panni stesi
e non sappiamo se verranno seccate dal vento
lasciandoci arsa la bocca.

Tenera è la notte quando si può mentire
la sincerità fa parte delle cose chiare
Il coraggio è bianco come quei lenzuoli al sole
e la paura è un corvo irriverente

Tenera è la notte quando non dormo sola
e spalle forti mi cullano verso un sonno sereno
Quando non c’è inquietudine neanche per una poesia
ma solo una voce calda che legge per me

Tenera é la notte se silenziosa
se l’ impazienza dimentica d’essere viva
se il demone non mi morde
se il tuo pensiero mi scivola accanto
ma non mi sveglia.

L’imballaggio seriale dei miei cari

Il mio sport preferito è l’imballaggio seriale dei miei cari.
Ogni volta che qualcuno si avvicina al mio cuore scatta in me l’irrefrenabile necessità di imballarlo con nuvole di morbido cotone. Faccio talmente tanti strati attorno a quei corpi a me carissimi che loro smettono di sentire ogni cosa.
Questo è il mio obiettivo: ovattare i miei tesori in modo che niente possa ferirli.
Quando finisco il cotone mi stacco ciocche di capelli e continuo a prevenire ginocchia sbucciate e mignolini contro gli spigoli, ustioni per il troppo sole e forti dolori al petto a causa dei miei passi falsi. Quando anche i riccioli sono terminati mi spoglio e continuo a proteggerli con i vestiti appallottolati, sperando che almeno quelli li possano allontanare da delusioni o nervosismi.
Intreccio le mie ciglia e ne faccio un ombrello per tenerli riparati da fulmini a ciel sereno, e uso la mia lingua per farli sedere su un cuscino di dolci parole che li faccia sentire a casa.

Me le lego tutte in cinta, le persone preziose che imballo, e continuo a camminare in avanti trascinandole nei duri anni che si susseguono.
Cammino così: glabra, muta e nuda, con 5 o 6 gomitoli fissati sulla vita.
Cammino tanto che i piedi mi sanguinano ma non mi rimane niente con cui asciugarli.

Inetta

Tu mi schiacci come fossi uno scarafaggio argentino,
e sotto il tuo piede di pietra io piango e mi dimeno.
Le viscere mi escono dall’addome e io annego nei miei stessi liquidi.
L’asfalto è caldo e scioglie i miei occhi di scarafaggio
così,
cieca,
non riesco a vedere la mia stessa incapacità,
la mia stessa rovinosa morte
su questo asfalto sporco di cui non so più scrivere.
Sento solo il puzzo delle mie feci che per paura non ho trattenuto,
e mi vergogno tremendamente della mia infima condizione.
Non ho il tuo sguardo né la tua comprensione
L’unica cosa tangibile di te è il carrarmato della tua suola
pesante sulle mie tempie.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

I tuoi capelli sono rivoli d’acqua gelida diramati dal ghiacciaio che sciolgo con l’aria calda del phon quando giochiamo ad essere brave sorelle.

Come tra la sabbia le mie dita scorrono lisce sulla tua testa e pettinano il tuo campo dorato, fino a che i tuoi severi occhioni blu incontrano i miei con grande disappunto, per un nodo tirato o un passaggio sbagliato del nostro rituale.
Non ho mai asciugato nessun capello al di fuori dei tuoi.
È l’undicesimo comandamento del nostro segreto testo sacro, che mai ci siamo prese la briga di concordare.
Sappiamo solo che quando le circostanze si fanno sgarbate o uniche, io ti devo asciugare i capelli.
Come fosse una carezza per guidarti in nuove acque, o forse per farmi guidare dalle tue redini di paglia.
A volte mi chiedo se saremmo mai potute essere amiche se nate in diverse case, da diversi padri e madri con diversi rituali, diversi bagni, diversi asciugacapelli.
Saremmo mai riuscite a trovare un punto d’incontro tra il tuo essere gelida e schietta e il mio essere entusiasta e dispettosa?
Un punto d’incontro silenzioso e preciso come quello che abbiamo ora.
Non so darmi risposta.
Io ci vedo solamente in questa fotografia: tu seduta davanti allo specchio e io in piedi dietro di te.

Messaggio di pace

14 agosto 2015

Tutte le volte che lascio troppi mesi in balia di pagine bianche, non so mai da che parte ricominciare a scrivere.
Mio padre mi ha sempre detto che gli anni sono un’invenzione che non ci appartiene: la vita dell’uomo si misura in mesi.
Forse è una concezione della vita un po’ epicurea, ma sono d’accordo.
Magari solo perchè è mio padre.
Vivere degnamente mille mesi è il più grande desiderio che lui abbia mai espresso.
In questo periodo da pagina bianca i momenti di cui avrei voluto scrivere non sono mancati, ma le parole erano dispettose, non s’infilavano, e alla fine le fotografie che volevo tradurre in caratteri si sono sbiadite.
Si sono accumulate, e sono diventate un groviglio di nodi che non riesco più a slegare.
Oggi scrivo per celebrare i miei 226 mesi e la notte di Ferragosto.

Sono passati 30 mesi da quella notte, e altrettante pagine bianche.
E’ il 12 febbraio 2018, e io sono seduta davanti allo stesso pc, con lo stesso deposito di fotografie cerebrali che ho lasciato andare al macero da un anno a questa parte.
Oggi compio 256 mesi, e lo faccio sotto una neve sottile che resiste da ore e che, come un soldato, si nasconde in una luce pallida, mortale.
Questo è un messaggio di pace verso le mie parole.
Mi hanno abbandonato e sono sola e impotente senza di loro.
Vi curerò.
Tornate da me.

Peonie bellissime dagli angoli bui della tua scatola cranica

Peonie bellissime
dagli angoli bui della tua scatola cranica
Nascono nonostante la tua visione cinica
Di un’intelligenza che pensi non t’appartenga più.
Non cogli la bellezza criptica
Del giardino di petali morbidi
Che ti fa capolino dalle orecchie
E i riccioli cadono leggeri
sui cespugli dei tuoi candidi fiori.
Hanno un profumo così intenso
E la tua pelle ne è intrisa
Permea le stanze che chiami casa
È sempre primavera nella tua scatola chiusa
Ovunque tu metta piede
Non vi è ombra
Né male
La vita ti accompagna e rinasce
Ma il tuo credo cresce e mette radici
Sfiduci le peonie che t’hanno creata
E non t’accorgi più del vento nuovo con cui rinfreschi
La noia loquace di menti assopite.
Le domande – i dubbi – i progetti
Più non ti sazi
Ti chiedi ancora quante verità non conosci
Tutto ciò che fai è temere
l’aridità del tuo giardino
Mentre il sole continua a calare
Su cervelli che non hanno fiori.