L’imballaggio seriale dei miei cari

Il mio sport preferito è l’imballaggio seriale dei miei cari.
Ogni volta che qualcuno si avvicina al mio cuore scatta in me l’irrefrenabile necessità di imballarlo con nuvole di morbido cotone. Faccio talmente tanti strati attorno a quei corpi a me carissimi che loro smettono di sentire ogni cosa.
Questo è il mio obiettivo: ovattare i miei tesori in modo che niente possa ferirli.
Quando finisco il cotone mi stacco ciocche di capelli e continuo a prevenire ginocchia sbucciate e mignolini contro gli spigoli, ustioni per il troppo sole e forti dolori al petto a causa dei miei passi falsi. Quando anche i riccioli sono terminati mi spoglio e continuo a proteggerli con i vestiti appallottolati, sperando che almeno quelli li possano allontanare da delusioni o nervosismi.
Intreccio le mie ciglia e ne faccio un ombrello per tenerli riparati da fulmini a ciel sereno, e uso la mia lingua per farli sedere su un cuscino di dolci parole che li faccia sentire a casa.

Me le lego tutte in cinta, le persone preziose che imballo, e continuo a camminare in avanti trascinandole nei duri anni che si susseguono.
Cammino così: glabra, muta e nuda, con 5 o 6 gomitoli fissati sulla vita.
Cammino tanto che i piedi mi sanguinano ma non mi rimane niente con cui asciugarli.

Inetta

Tu mi schiacci come fossi uno scarafaggio argentino,
e sotto il tuo piede di pietra io piango e mi dimeno.
Le viscere mi escono dall’addome e io annego nei miei stessi liquidi.
L’asfalto è caldo e scioglie i miei occhi di scarafaggio
così,
cieca,
non riesco a vedere la mia stessa incapacità,
la mia stessa rovinosa morte
su questo asfalto sporco di cui non so più scrivere.
Sento solo il puzzo delle mie feci che per paura non ho trattenuto,
e mi vergogno tremendamente della mia infima condizione.
Non ho il tuo sguardo né la tua comprensione
L’unica cosa tangibile di te è il carrarmato della tua suola
pesante sulle mie tempie.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

I tuoi capelli sono rivoli d’acqua gelida diramati dal ghiacciaio che sciolgo con l’aria calda del phon quando giochiamo ad essere brave sorelle.

Come tra la sabbia le mie dita scorrono lisce sulla tua testa e pettinano il tuo campo dorato, fino a che i tuoi severi occhioni blu incontrano i miei con grande disappunto, per un nodo tirato o un passaggio sbagliato del nostro rituale.
Non ho mai asciugato nessun capello al di fuori dei tuoi.
È l’undicesimo comandamento del nostro segreto testo sacro, che mai ci siamo prese la briga di concordare.
Sappiamo solo che quando le circostanze si fanno sgarbate o uniche, io ti devo asciugare i capelli.
Come fosse una carezza per guidarti in nuove acque, o forse per farmi guidare dalle tue redini di paglia.
A volte mi chiedo se saremmo mai potute essere amiche se nate in diverse case, da diversi padri e madri con diversi rituali, diversi bagni, diversi asciugacapelli.
Saremmo mai riuscite a trovare un punto d’incontro tra il tuo essere gelida e schietta e il mio essere entusiasta e dispettosa?
Un punto d’incontro silenzioso e preciso come quello che abbiamo ora.
Non so darmi risposta.
Io ci vedo solamente in questa fotografia: tu seduta davanti allo specchio e io in piedi dietro di te.

Messaggio di pace

14 agosto 2015

Tutte le volte che lascio troppi mesi in balia di pagine bianche, non so mai da che parte ricominciare a scrivere.
Mio padre mi ha sempre detto che gli anni sono un’invenzione che non ci appartiene: la vita dell’uomo si misura in mesi.
Forse è una concezione della vita un po’ epicurea, ma sono d’accordo.
Magari solo perchè è mio padre.
Vivere degnamente mille mesi è il più grande desiderio che lui abbia mai espresso.
In questo periodo da pagina bianca i momenti di cui avrei voluto scrivere non sono mancati, ma le parole erano dispettose, non s’infilavano, e alla fine le fotografie che volevo tradurre in caratteri si sono sbiadite.
Si sono accumulate, e sono diventate un groviglio di nodi che non riesco più a slegare.
Oggi scrivo per celebrare i miei 226 mesi e la notte di Ferragosto.

Sono passati 30 mesi da quella notte, e altrettante pagine bianche.
E’ il 12 febbraio 2018, e io sono seduta davanti allo stesso pc, con lo stesso deposito di fotografie cerebrali che ho lasciato andare al macero da un anno a questa parte.
Oggi compio 256 mesi, e lo faccio sotto una neve sottile che resiste da ore e che, come un soldato, si nasconde in una luce pallida, mortale.
Questo è un messaggio di pace verso le mie parole.
Mi hanno abbandonato e sono sola e impotente senza di loro.
Vi curerò.
Tornate da me.

Peonie bellissime dagli angoli bui della tua scatola cranica

Peonie bellissime
dagli angoli bui della tua scatola cranica
Nascono nonostante la tua visione cinica
Di un’intelligenza che pensi non t’appartenga più.
Non cogli la bellezza criptica
Del giardino di petali morbidi
Che ti fa capolino dalle orecchie
E i riccioli cadono leggeri
sui cespugli dei tuoi candidi fiori.
Hanno un profumo così intenso
E la tua pelle ne è intrisa
Permea le stanze che chiami casa
È sempre primavera nella tua scatola chiusa
Ovunque tu metta piede
Non vi è ombra
Né male
La vita ti accompagna e rinasce
Ma il tuo credo cresce e mette radici
Sfiduci le peonie che t’hanno creata
E non t’accorgi più del vento nuovo con cui rinfreschi
La noia loquace di menti assopite.
Le domande – i dubbi – i progetti
Più non ti sazi
Ti chiedi ancora quante verità non conosci
Tutto ciò che fai è temere
l’aridità del tuo giardino
Mentre il sole continua a calare
Su cervelli che non hanno fiori.

Volver

Le immagini mi sfuggono dalla mente
Di tutto ciò che ho visto e vissuto
Non mi rimane che un confuso ricordo
Come se avessi sfiorato vite che non potevano appartenermi
e queste si fossero liberate dalla morsa dei miei occhi
Ribellate al mio inchiostro

I pensieri vorticano senza ordine e la bellezza che ho appreso va perduta
Non vi è rimedio alla mia memoria ubriaca

Dove sono andati a finire tutti quei chilometri
Le storie sentite sopra vecchi autobus
Le infinite strade di cemento

La notte è buia dentro la mia testa
e di tutto questo mondo appena scoperto
Non resta che una debole candela
Per rischiarare solo la terra che calpesto ora.

I contorni sono sfumati
e i ricordi intrappolati distrattamente fra la mia pelle sono come schegge di legno prossime all’espulsione.

L’amore urbano

L’amore s’adatta, si plasma.
Vive in cattività come se nulla fosse, viaggia e trasloca, e qui a Buenos Aires diventa amore urbano.
Cerca spazio, allunga le braccia, rompe la crisalide e riesce a trovare il suo posto in due ragazzi seduti davanti all’ingresso di una casa che sicuramente non può essere la loro, al buio della sera, con un sacchetto di empanadas d’asporto.
Hanno fame e stanno cosí, a 20 anni o poco piú, buttati per strada ad imboccarsi a vicenda.
L’amore urbano.
Qui è diverso dalle altre città, è più povero, più sporco, più umile.
É magro, ha graffi sul viso e i polsi molto fragili.
Io passo, veloce come si cammina la sera quando si é da soli, ma loro neanche se ne accorgono: ridono e si puliscono dalle briciole.
Un autobus che suona il clacson, un padrone e un cane a passeggio, solo i kioscos aperti e qualche faro acceso di macchine vecchie.
Io li guardo e mi sembra davvero impossibile immaginarmi questi due ragazzi in un altro posto nel mondo diverso da quei due loro gradini.
L’amore urbano.