Lodovico il ladro di caldaie

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Io e Lodovico eravamo seduti all’ombra della caldaia del bagno di casa mia, in pieno centro città. Si stava davvero bene con il culo sul pavimento riscaldato, a guardarsi negli occhi con un vin brûlé molto speziato in mano.
A me il vin brûlé non piace tanto, ma Lodo parlava, parlava e parlava, senza farmelo mai dire. Ad un certo punto ha iniziato a piovere, allora abbiamo tirato le tende della nostra caldaia e ci siamo rintanati dentro, vicino alla fiammella. Era stata un’idea geniale quella di montarle le ruote e trasformarla in una caldaia itinerante.
Lodo non mi parlava mai d’amore, lo imbarazzava, e poi erano i fiori la sua vera passione. Fiori, piante, ortaggi, arbusti e alberi centenari: tutto ciò che poteva coltivare con le sue mani.
Quella sera, al caldo nella caldissima caldaia, Lodo mi disse per la prima volta che mi vedeva come il geranio rosso del suo davanzale. Rosso com’era lui quando me lo confessò. Voleva proteggermi dal gelo dell’inverno così che fiorissi splendidamente appena il caldo fosse tornato.
E forse fu l’amore,
l’emozione,
il vino,
il sudore,
l’imbarazzo,
la fiammella calda della caldissima caldaia,
ma io mi sciolsi come cioccolata in tazza e non mi rimase altro da fare che sgocciolare via dall’intercapedine dello sportellino di metallo.
Lodo per ripicca mi rubò la caldaia e ci costruì una serra.
Ma un po’ ancora mi ama, io lo so:
ci coltiva solo Gerani Rossi.

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