C’est la vie de merde

Come quando si esce da casa della nonna e piove solo durante il tragitto fino alla macchina.
Appena si chiude lo sportello il timidone giallo si risfila le nuvole quasi fossero maglioni e torna a fare lo splendido. Ma dico, almeno chiedere scusa.
Come quando si è a scuola e Quello di storia tenta di parlare francese, ripetutamente, e sono le 13 meno 10 e uno vorrebbe solo coprirsi le orecchie e uscire di corsa.
“Cet la vies”
Sì, c’est la vie de merde.
Perchè sono seduta in un posto pieno di polvere e io con la polvere starnutisco a ripetizione e ho anche finito i fazzoletti, che se uso le salviette del bagno 100% carta vetrata dopo due starnuti sembro Rudolph the red-nosed reindeer.
Ahhh, la vie de merde.
Che Levante canta “che vita di merda” ma non suona uguale. E poi lo canta così bene che mi rimane in testa e prendo a canticchiarlo anch’io, e va a finire che ci credo davvero.
È una vie de merde anche quando vado a zumba alle 8 e faccio aperitivo mezzora prima così c’arrivo piena e anche un po’ brilla, e la russa tutta pepe che mi fa lezione se ne accorge e mi fa lavorare il doppio.
Forse allora il problema non è la vita ma l’apéritif. L’Aperol come causa di ogni male.
Però ‘vie’ è più facile da dire, persino per Quello di storia.
E c’est le spritz de merde suona proprio come una bestemmia.

Le ragazze stanno bene

Stanotte ho aperto la finestra per farmi entrare.
L’aria profuma di campagna bagnata e stelle bruciate.
Cipressi e luci di una città non poi così lontana, nient’altro. Mi ricordo che questa è la stessa direzione nella quale guardavo quando di anni ne avevo 14 e il cuore l’avevo lasciato a Ferrara. Bamboline ubriache dell’idea d’amore.
Sembra passata una vita e invece ho giusto 4 anni di più a liberarmi.
Aneddoti che adesso mi fanno quasi ridere.
Mamma mi osserva da sempre, in silenzio. Me la ricordo, un paio di anni fa.
Riflette e mi dice: non ti bruciare.
Mi viene il dubbio, davvero non devo?
Dice che anche quando chiudevo gli occhi lei non ha mai smesso di vedermi. Dice che a volte devo fermarmi e sentirmi giusta nella pelle che abito. Nelle mie esperienze e nei miei anni. Dice che corro veloce, troppo, e che le tappe neanche le vedo. Me la ricordo con una dolce nota di preoccupazione nella voce.
Penso che avesse ragione. Ero spesso in una corsa di fuga dall’attimo presente.. ma ci stavo stretta. Correvo verso un tempo che credevo mi avrebbe dato qualcosa di più.
Mi sentivo troppo? Così oltre a chi mi stava accanto? Così fuori dal mio tempo? Così presuntuosa?
Forse.
Credo che dovrei scavare più a fondo, ma togliere la polvere da vecchie abitudini stasera non mi va: il cielo è così scuro e assorbe tutte le mie divagazioni.
Quest’anno mi sono innamorata della poesia e della retorica che ammalia.
Quella che apre alla vittoria, alla ragione, alle domande. Una poesia che come il cinema e la politica necessita di un buon interprete e una bella illusione, un bel gioco di parole, e che allo stesso tempo rappresenta tutto ciò che di diverso esista dal falso e dal posticcio.
Una poesia necessaria, complessa.
Innamorata da pazzi.

In questi giorni ho battuto e cancellato sulla tastiera troppe volte. Scritto poco e letto tanto. Il panico da pagina bianca, da silenzio. È difficile leggere di cose tanto diverse da se stessi e poi scriverne senza fatica. Mi ricordo mentre guardavo Saturno Contro e un brano di violino mi bastava per digitare parole su parole. Scrivere quel qualcosa che mi avrebbe aperto le porte a un’estate decisamente diversa dalle altre.
Adesso è più difficile incastrare tutto riuscendo ad evitare un collage di emozioni sentite con la pancia, alle 2.39 di una notte di fine settembre, affacciata a una finestra aperta.
Ma è proprio questo il bello delle stagioni della penna: un giorno sei un fiume, e l’altro non riesci neanche a pensare. È pur sempre arte volubile e potente, per la quale non esistono istruzioni né consigli. Ognuno trova la sua strada per il mare. Stanotte io devo dire grazie ad Einaudi e alle Luci di una certa Centrale.
Io non lo so se Sara pensa che io sia più bella quando sfiorisco, che io sia come i fondali oceanici che resteranno sconosciuti. Sono qui tutti i miei punti deboli? Si tratta davvero solo di affrontare quello che verrà?
Stanotte non so nient’altro, stanotte so solo che le ragazze stanno bene, e mi basta così tanto che è quasi troppo.

Sul filo debole del cigno che balla

Le vedo sulla scena: ecco che entrano! A piccoli passi, su e giù, le mani si muovono dolci nell’aria e aprono loro un varco verso il palcoscenico. Le gambe, quante gambe! Sottili e alte come spighe di grano. Ascoltano la musica quasi avessero anche loro le orecchie per percepire il ritmo sostenuto dell’orchestra. Le punte si alzano vertiginosamente e sembrano spezzarsi, sembrano sempre ad un pelo dalla morte, a tanto così vi dico, pare che stiano per cedere, per cadere in un sonno profondo, quando tutto d’un tratto si risvegliano e continuano a volteggiare.
Ecco che i suoni cambiano, il pianoforte sta guidando padrone la preghiera dei dodici tutù in scena.
Mi tolgo il cappello e chiudo la bocca perché mi accorgo che il mio vicino di posto mi sta guardando. Corrono le dita sui tasti e sulle corde della mia anima, gli occhi hanno vita propria e non smettono d’inseguire quelle figure di zucchero e seta che si muovono perfette e precise, e pulite, sulle assi ruvide del vecchio teatro.
Le piroette, mai viste così tante, mi fanno girare la testa e perdere il senno, la musica aumenta e va più veloce: corri fiorellino, corri!
Vi prego non perdete la vostra sottile armonia, leggere goccioline di pioggia, siete sciroppo dolce per la mia tosse! Garza pulita per i miei tagli!
Le scarpette rosa che sfregano sul pavimento stanno cicatrizzando i miei rancori.
L’orchestra cambia ancora e io dico di impazzire.
I tutù ora si stanno muovendo sempre più in fretta, fanno un girotondo e sembra che prendano il volo! Mi tengo stretto alla poltrona e strappo il tessuto rosso per non volare via con loro.
Le luci si abbassano quasi in un inchino e danno il via a così tanti suoni da non riuscire più a distinguerli singolarmente. Ora non riconoscerei nemmeno quello della mia voce.

Ecco che torna il padrone, il cuore pulsante a 88 tasti. Dio quanto ti amo.
Sei tu il mio sole, la mia stella, guidami ancora nel tuo fiume. Guardo oltre la barca e non so dire in cosa io stia navigando. Sento le note che salgono su per la gola ed escono dalle mie labbra, io sono il pianoforte, io sono il teatro, io sono il tutù, io sono una goccia, io sono la polvere bianca sul legno e sotto le scarpe.
Sono l’orchestra e voglio parlare ancora.
Il mondo mi sembra un posto delicatissimo adesso che il cigno bianco al centro delle luci e del mio cuore si muove come se stesse rinascendo dalle ceneri.
Il violino lo annuncia e lo accompagna come al ballo delle debuttanti: nessuno ha mai visto scendere le scale con tanta grazia e accortezza, il cigno ha un vestito di occhi e desideri impossibile da dimenticare.
Ad un tratto vorrei alzarmi e ballare con loro, vorrei piangere, vorrei vivere, ma le lascio fare.
Sono gli ultimi passi e gli ultimi sospiri. Les ballerines si accordano in silenzio su come congedarmi, e prima che io me ne accorga mi lasciano.
Mi rendo conto di essere di nuovo a bocca aperta.
Chiudo gli occhi e mi ritrovo in piedi a battere le mani insieme al teatro intero.
Sto piangendo e non trovo più il cappello.

Per un attimo mi vedo come se fossi al di fuori da me stesso.
Sono fuori e sono dentro, ma in ogni caso non mi riconosco più: non sono io. Quello non è il mio volto, ho i capelli bianchi, sono più goffo e vecchio di quanto credessi.
Poi tutto è dipinto di nero e io sono soffiato via dal sipario che si chiude.

Il sole è sorto. Apro gli occhi. Sono sveglia.

La metà delle parole che non ti scriverò

Ieri sera Irene mi ha detto che dopo la nostra chiacchierata è riuscita a concedersi il permesso di soffrire. Il permesso di non chiudere gli occhi quando tenta di guardarsi dentro e il permesso di poter scegliere di non strozzare le proprie emozioni nella speranza che se non considerate facciano meno male, che perdano di intensità. Mi ha detto che aveva pianificato tutto, aveva minuziosamente pensato ad ogni dettaglio e le aveva annegate nel fiume che prima o poi abbandonerà il suo letto e sfocerà nel mare. Il punto è che anche se si volge lo sguardo lontano dall’acqua, i corpi galleggiano, e il dolore non passa mai.
Me l’ha detto con una semplice frase, in dieci brevi e sottovalutati secondi.
” Ieri ho pianto tanto e mi sono accorta che non lo facevo da Gennaio. Però ora respiro.”
Quel gennaio maledetto.
Mi ha detto che incomincia a sentire il diritto di continuare a vivere, di non morire con Capodanno.
Ieri sera mi sono commossa tre volte in silenzio, nel tepore della piacevole consapevolezza che non se ne sarebbe accorto nessuno. Tre momenti così potenti che mi hanno fatto salire tutta me stessa in gola. La Chiara che cerco di annegare.
Troverò un posto dove scrivere tutte le parole che non riesco a dire e spero che alla fine riescano a trovarti. Che riescano a trovarvi tutti.

All’ombra fresca di me stessa

Oggi mi sono svegliata con i piccoli baci caldi del sole sul viso.
Il buongiorno all’acqua gelida del rubinetto.
Scendo in cucina. Il caffè si lamenta nel sonno come la mia compagna di stanza, un borbottare leggero e dolcissimo.
Una fetta biscottata con la marmellata addentata sotto l’albero davanti alla porta con il quadernone di francese in mano, all’ombra dei rami stanchi di rivolgersi inascoltati al cielo che da qualche anno ormai corteggiano la terra con un contatto visivo continuo.
Mi ricordo che la vita è magica anche quando si hanno mancanze.
Riesco a dare una momentanea risposta al perché sono qui, di quella definitiva per ora non mi importa.
Ho l’anima a metà.
Sono carica di speranze e sorrisi ma la media naranja di me stessa ha una parte senza luce che non capisco. Ma che accetto. Forse il punto è tutto qui: accettare che possano convivere il bianco e il nero.
Senza mischiarsi, senza diventare indistinti, il confine è sottile ma non è grigio.
Ho paura ma sono in movimento. Ho debolezze ma sono felice di averle. Ho domande ma è ciò che mi tiene viva.
” Alle volte uno si sente incompleto ed è soltanto giovane. “
O soltanto umano.
Il sottile vento di ‘stamattina porta via tutti i pensieri troppo impegnativi o troppo bui, tiene solo il buono delle cose.. il cuore.
Lo sento pulsare in tutto ciò che vedo e questo mi basta per sincronizzarlo con il mio, per raggiungere un’armonia con il mondo che per quanto precaria rimette a posto qualcosa dentro. Sento che mi muovo e mi aggiusto.
Oggi ha incominciato a piovere ma il mio sole non si è spento.

Oggi piove ma io so guardare oltre.

Come tu vuoi

La tramontana screpola le argille,
stringe, assoda le terre di lavoro,
irrita l’acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell’immobilità del mutamento.

Son qui che metto pine
sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,
fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.
A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.

È un giorno dell’inverno di quest’anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.

”Come tu vuoi”

Mario Luzi

Una parola è un coltello, una carezza, un fiore, un fuoco, un nettare, una frusta, una chiave, un’anima, un’amica.
Le parole che tu non dici.