Di certo vi restituirò l’amore

image Guardate il mare e vi tenete per mano
La vita che si crea andrà poi restituita?
È libertà amare senza fondo?
Sperare che il sentimento poi ritorni indietro?
I figli, la casa, il cane, il lavoro, chissà
Vi sento domandare senza voce
E credo per un attimo non vi rispondiate
Poi la spiaggia è vuota e prendete a camminare
Di certo vi restituirò l’amore
Intanto camminate
Che gusto ha la libertà se si divide in due?
Se non proprio la vita
Di certo
l’amore
Vi assicuro
l’amore
Almeno quello

C’è sempre stato il sole

image Una volta mi hai preso la mano
Dovevi saltare due gradini a piedi uniti
Dovevi saltare per il cuore di casa tua
Un salto lungo come anni d’ospedale
io t’ho tenuta più stretta che potevo
E mentre ti ho vista atterrare
Sulle tue gambe forti
E poi sorridermi di gusto
Ho capito perché c’è sempre stato il sole
Camminiamo da sedici anni
E non me l’ero mai chiesta perché piovesse così poco
Un salto e ho capito
Ti ho vista
Non piove
Ho capito.

L’aria della memoria rotta

La stanza è ampia ma la sedia è vuota
ha gambe strette e chiare, fili d’erba secca, quasi fossero i sottili pioli della mia memoria
Ho cent’anni e cinque giorni
Le pareti bianche come mandorle, la finestra che si mangia il mondo
davanti alla sedia vuota nella stanza ampia.
Forse vi sedeva qualcuno anni fa, non ricordo
la mia scala si spezza e le sue ossa non ricrescono, così che io proprio non riesco a dire
chi si sedeva
sulla sedia vuota nella fresca stanza.
Mia figlia balla sulle punte consumate di quand’era bambina
il legno scricchiola nella stanza accanto ed io vorrei saper descrivere
la penombra di una sala da ballo
il legno scricchiola
e io ricordo
la sua mano sulla sbarra
come sentiva il suo corpo
ma un piolo si spezza
sono passate tante estati
e ora non c’è nessuno
seduto sulla sedia vuota di una stanza così grande.
Un giorno credo d’essermi anche innamorata
per cinque minuti
la finestra è aperta ed entra aria di mare
il dottore dice che fa bene ai reumatismi, l’odio dell’aria di mare
chissà che vorrà dire
io adesso abito qui e già non ricordo perché
mi sono seduta su questa sedia
i pioli sono rotti
e io non ricordo più.

La vita che t’eri promesso

Se trovassi un giorno
un Girasole
tra stomaco e polmoni
e lo lasciassi respirare
con te
piegarsi con te
Sentiresti il sole solleticarti le vene
e avresti sete solo di acqua fresca.
Sarebbe forse questo l’inizio della vita che ti eri promesso?

A casa
lascia che il sole ti porti a casa
dov’hai lasciato te stesso.

La pioggia nel pineto

” ..Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione. “

La pelle è umida.
Sento l’acqua fresca che inzuppa i capelli scuri e gocciola sulle ciglia dei miei occhi dischiusi, scivola sulla bianca, estiva, leggera sottoveste che porto.
Sono sola al centro esatto di una grande pineta, piove forte e il mio respiro prende corpo nell’aria e diventa per un attimo caldo vapore.
La luce è fredda, non ho paura.
Tendo i palmi al cielo come in un Padre Nostro e la pioggia si appropria delle mie mani nude e bianche, ne fa catini precari nei quali si siede per riposarsi un poco.
Lo sa anche lei, che poche gocce più tardi dovrà riprendere il suo viaggio verso un’inesorabile caduta al suolo.
A piedi nudi tocco la terra che è fredda e profuma di vero e d’amore.
Di qualcosa che nasce, d’ambra e d’antico.
La poesia.

Impression, soleil levant

Al levar del sole ti sveglierai anche tu
così piccola
così graziosa
con pennellate veloci racconterò delle tende di lino che volano sottili e portano via
i tuoi sogni
mentre la tua pelle brucerà di rosso e d’addio ti bacerà Morfeo.
Allora stenderai le braccia
così sottili
così fragili
e tenderai i palmi all’alba che si schiuderà con te
solleverai le palpebre a fatica e mi vedrai lì,
ai piedi del letto e in riva al mare,
con l’impressione di guardare il sole.

Sul filo debole del cigno che balla

Le vedo sulla scena: ecco che entrano! A piccoli passi, su e giù, le mani si muovono dolci nell’aria e aprono loro un varco verso il palcoscenico. Le gambe, quante gambe! Sottili e alte come spighe di grano. Ascoltano la musica quasi avessero anche loro le orecchie per percepire il ritmo sostenuto dell’orchestra. Le punte si alzano vertiginosamente e sembrano spezzarsi, sembrano sempre ad un pelo dalla morte, a tanto così vi dico, pare che stiano per cedere, per cadere in un sonno profondo, quando tutto d’un tratto si risvegliano e continuano a volteggiare.
Ecco che i suoni cambiano, il pianoforte sta guidando padrone la preghiera dei dodici tutù in scena.
Mi tolgo il cappello e chiudo la bocca perché mi accorgo che il mio vicino di posto mi sta guardando. Corrono le dita sui tasti e sulle corde della mia anima, gli occhi hanno vita propria e non smettono d’inseguire quelle figure di zucchero e seta che si muovono perfette e precise, e pulite, sulle assi ruvide del vecchio teatro.
Le piroette, mai viste così tante, mi fanno girare la testa e perdere il senno, la musica aumenta e va più veloce: corri fiorellino, corri!
Vi prego non perdete la vostra sottile armonia, leggere goccioline di pioggia, siete sciroppo dolce per la mia tosse! Garza pulita per i miei tagli!
Le scarpette rosa che sfregano sul pavimento stanno cicatrizzando i miei rancori.
L’orchestra cambia ancora e io dico di impazzire.
I tutù ora si stanno muovendo sempre più in fretta, fanno un girotondo e sembra che prendano il volo! Mi tengo stretto alla poltrona e strappo il tessuto rosso per non volare via con loro.
Le luci si abbassano quasi in un inchino e danno il via a così tanti suoni da non riuscire più a distinguerli singolarmente. Ora non riconoscerei nemmeno quello della mia voce.

Ecco che torna il padrone, il cuore pulsante a 88 tasti. Dio quanto ti amo.
Sei tu il mio sole, la mia stella, guidami ancora nel tuo fiume. Guardo oltre la barca e non so dire in cosa io stia navigando. Sento le note che salgono su per la gola ed escono dalle mie labbra, io sono il pianoforte, io sono il teatro, io sono il tutù, io sono una goccia, io sono la polvere bianca sul legno e sotto le scarpe.
Sono l’orchestra e voglio parlare ancora.
Il mondo mi sembra un posto delicatissimo adesso che il cigno bianco al centro delle luci e del mio cuore si muove come se stesse rinascendo dalle ceneri.
Il violino lo annuncia e lo accompagna come al ballo delle debuttanti: nessuno ha mai visto scendere le scale con tanta grazia e accortezza, il cigno ha un vestito di occhi e desideri impossibile da dimenticare.
Ad un tratto vorrei alzarmi e ballare con loro, vorrei piangere, vorrei vivere, ma le lascio fare.
Sono gli ultimi passi e gli ultimi sospiri. Les ballerines si accordano in silenzio su come congedarmi, e prima che io me ne accorga mi lasciano.
Mi rendo conto di essere di nuovo a bocca aperta.
Chiudo gli occhi e mi ritrovo in piedi a battere le mani insieme al teatro intero.
Sto piangendo e non trovo più il cappello.

Per un attimo mi vedo come se fossi al di fuori da me stesso.
Sono fuori e sono dentro, ma in ogni caso non mi riconosco più: non sono io. Quello non è il mio volto, ho i capelli bianchi, sono più goffo e vecchio di quanto credessi.
Poi tutto è dipinto di nero e io sono soffiato via dal sipario che si chiude.

Il sole è sorto. Apro gli occhi. Sono sveglia.

Come tu vuoi

La tramontana screpola le argille,
stringe, assoda le terre di lavoro,
irrita l’acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell’immobilità del mutamento.

Son qui che metto pine
sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,
fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.
A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.

È un giorno dell’inverno di quest’anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.

”Come tu vuoi”

Mario Luzi

Una parola è un coltello, una carezza, un fiore, un fuoco, un nettare, una frusta, una chiave, un’anima, un’amica.
Le parole che tu non dici.