Al levar del sole ti sveglierai anche tu
così piccola
così graziosa
con pennellate veloci racconterò delle tende di lino che volano sottili e portano via
i tuoi sogni
mentre la tua pelle brucerà di rosso e d’addio ti bacerà Morfeo.
Allora stenderai le braccia
così sottili
così fragili
e tenderai i palmi all’alba che si schiuderà con te
solleverai le palpebre a fatica e mi vedrai lì,
ai piedi del letto e in riva al mare,
con l’impressione di guardare il sole.
Bentornata
Oggi è un giorno bellissimo!
Piccoli, piccolissimi dettagli. Come l’aver dormito quattro ore e non essermi svegliata stanca. Non succedeva da un sacco di tempo.
Ho deciso che non mi sarei truccata e mi sono sentita molto più libera, molto più sincera.
La mattinata è passata lenta tra caffè e grammatica spagnola, ma sono uscita da scuola e il sole era così caldo da non poter trattenere neanche un sorriso. Sono salita in macchina e alla radio passava una canzone bellissima.
Mentre varcavo la soglia di casa un amico che non sentivo da tempo mi ha mandato un messaggio dicendomi che stava per iniziare la lezione di danza che tiene i suoi bimbi e senza motivo aveva pensato a me. 10 parole e un sacco di luce.
Mia sorella era di buon umore persino all’ora di pranzo, cosa che non capita quasi mai quando esce da scuola. Mi sono avvicinata e le ho stampato un bacio in fronte, i suoi capelli profumavano di cocco e il suo sorriso era fresco.
Ho mangiato insalata e bevuto una tisana, mi sono seduta insieme alle due grandi donne della mia vita e abbiamo guardato un po’ fuori dalla finestra.
Abbiamo iniziato a parlare ed è saltato fuori un posto bellissimo dove festeggerò il mio compleanno tra due settimane. Amici buoni e una casa in campagna.
Oggi è un giorno bellissimo.
Tra dieci minuti esco di casa e prenoto l’esame che finalmente mi permetterà di guidare una macchina vera e dedico due ore del mio tempo alle prove per una lettura di racconti in biblioteca.
Oggi è un giorno bellissimo e voglio fare tutto quello che mi piace.
Oggi è un giorno bellissimo e io sono in lieve ritardo.
Welcome back my sweet soul.
Le mie camelie
Ieri sera ci siamo seduti attorno ad un tavolo, io e pochi amici buoni. Un gruppo per niente omogeneo ma speciale. Abbiamo chiacchierato e sorridendo ho spiegato loro la mia categoria della possibilità. L’ho buttata lì sperando che germogliasse come è successo a me quando ho conosciuto Tiziana: Professoressa di liceo.
Lei mi racconta di come nessun giorno sarà mai uguale all’altro e di quanto sia importante essere aperti al fatto che tutto possa succedere. Si è fatta la promessa di non dare per persa neanche un’ora, neanche una classe, neanche una persona. Ha deciso di guardare il mondo lasciandogli il prezioso beneficio del dubbio.
L’anno che sta per finire è stato forse per me il più esigente e doloroso tra i miei freschissimi 18 di vita. Ci sono stati mesi in cui ho davvero pensato che qualcuno là sopra si divertisse nel lasciare aperti rubinetti che scaricavano solo acqua sporca e pesante sulla mia testa. Nuotavo nel petrolio. È stato il mio primo vero contatto con una vita leggermente amara.
Avevo chiuso contatti e perso amicizie. Allontanato persone. Smesso di ballare. Smesso di scrivere.
Ero profondamente arrabbiata.
È stato un anno cattivo.
La cosa più sorprendente di tutte, è che proprio in quell’anno ho fatto letture, incontri casuali, trovato significati che mi hanno cambiata e trasformata.
Non ho ricevuto nessuna illuminazione mistica né chiamata dal cielo.
Una mattina ho aperto gli occhi e ho deciso inconsciamente che era il momento di accendere la mia categoria della possibilità.
Ho deciso di cambiare inquadratura. Ho letto Calvino e mi ha detto che quando il mondo mi sembra condannato alla pesantezza posso volare come Perseo in un altro spazio. Posso guardarlo a testa in giù, senza scappare.
Ho letto di un’armonia bellissima e impalpabile che non poteva lasciarmi indifferente. Ho letto delle camelie. Ho rincominciato a pensare che un senso ci sia sempre, che la bellezza stia negli occhi di chi la guarda.
Può sembrare stupido e infantile, e non ho nessuna prova per dire che non lo sia.
L’unica controprova sono io, che di certo vivo più forte.
Sono rimasta quasi delusa quando ho scoperto che non c’è nessun traguardo nella malinconia che avevo scelto come seconda casa.
Nessuna poesia nel dolore.
Quest’anno è stato bruttissimo nei suoi stravolgimenti e bellissimo nel fatto che io li abbia accettati e fatti miei.
Ho incontrato le camelie e sto aggiustando il mio punto di equilibrio.
Voglio augurarti un lungo viaggio dentro te stesso.
Voglio augurarti la più accesa e ampia categoria della possibilità mai vista al mondo.
A chi parte, a chi torna, a chi scrive e si racconta. A chi non ci crede. A chi ha letto e non è d’accordo.
Spero che un giorno ognuno di noi trovi le proprie camelie.
Sul filo debole del cigno che balla
Le vedo sulla scena: ecco che entrano! A piccoli passi, su e giù, le mani si muovono dolci nell’aria e aprono loro un varco verso il palcoscenico. Le gambe, quante gambe! Sottili e alte come spighe di grano. Ascoltano la musica quasi avessero anche loro le orecchie per percepire il ritmo sostenuto dell’orchestra. Le punte si alzano vertiginosamente e sembrano spezzarsi, sembrano sempre ad un pelo dalla morte, a tanto così vi dico, pare che stiano per cedere, per cadere in un sonno profondo, quando tutto d’un tratto si risvegliano e continuano a volteggiare.
Ecco che i suoni cambiano, il pianoforte sta guidando padrone la preghiera dei dodici tutù in scena.
Mi tolgo il cappello e chiudo la bocca perché mi accorgo che il mio vicino di posto mi sta guardando. Corrono le dita sui tasti e sulle corde della mia anima, gli occhi hanno vita propria e non smettono d’inseguire quelle figure di zucchero e seta che si muovono perfette e precise, e pulite, sulle assi ruvide del vecchio teatro.
Le piroette, mai viste così tante, mi fanno girare la testa e perdere il senno, la musica aumenta e va più veloce: corri fiorellino, corri!
Non perdete la vostra sottile armonia, leggere goccioline di pioggia, siete sciroppo dolce per la mia tosse! Garza pulita per i miei tagli!
Le scarpette rosa che sfregano sul pavimento stanno cicatrizzando i miei rancori.
L’orchestra cambia ancora e io dico di impazzire.
I tutù ora si stanno muovendo sempre più in fretta, fanno un girotondo e sembra che prendano il volo! Mi tengo stretto alla poltrona e strappo il tessuto rosso per non volare via con loro.
Le luci si abbassano quasi in un inchino e danno il via a così tanti suoni da non riuscire più a distinguerli singolarmente. Ora non riconoscerei nemmeno quello della mia voce.
Ecco che torna il padrone, il cuore pulsante a 88 tasti. Dio quanto ti amo.
Sei tu il mio sole, la mia stella, guidami ancora nel tuo fiume. Guardo oltre la barca e non so dire in cosa io stia navigando. Sento le note che salgono su per la gola ed escono dalle mie labbra, io sono il pianoforte, io sono il teatro, io sono il tutù, io sono una goccia, io sono la polvere bianca sul legno e sotto le scarpe.
Sono l’orchestra e voglio parlare ancora.
Il mondo mi sembra un posto delicatissimo adesso che il cigno bianco al centro delle luci e del mio cuore si muove come se stesse rinascendo dalle ceneri.
Il violino lo annuncia e lo accompagna come al ballo delle debuttanti: nessuno ha mai visto scendere le scale con tanta grazia e accortezza, il cigno ha un vestito di occhi e desideri impossibile da dimenticare.
Ad un tratto vorrei alzarmi e ballare con loro, vorrei piangere, vorrei vivere, ma le lascio fare.
Sono gli ultimi passi e gli ultimi sospiri. Les ballerines si accordano in silenzio su come congedarmi, e prima che io me ne accorga mi lasciano.
Mi rendo conto di essere di nuovo a bocca aperta.
Chiudo gli occhi e mi ritrovo in piedi a battere le mani insieme al teatro intero.
Sto piangendo e non trovo più il cappello.
Per un attimo mi vedo come se fossi al di fuori da me stesso.
Sono fuori e sono dentro, ma in ogni caso non mi riconosco più: non sono io. Quello non è il mio volto, ho i capelli bianchi, sono più goffo e vecchio di quanto credessi.
Poi tutto è dipinto di nero e io sono soffiato via dal sipario che si chiude.
Il sole è sorto. Apro gli occhi. Sono sveglia.
Forse le cose cambieranno, ma non di domenica
La mia casa è fatta di persone.
Anno dopo anno queste persone hanno iniziato a smussare gli spigoli e alleggerire gli sguardi, così che tutti combaciassimo in un abbraccio perenne. Ci sono tante cose che mi tengono stretta in questo abbraccio: piccoli riti, abitudini, conversazioni fuori dal comune e un costante amore nonostante le 8 braccia che lo compongono non potrebbero essere più diverse.
Mi sono resa conto di come questa domenica abbia segnato l’inizio del mio inverno mentre ho aperto la porta in una cucina che profumava di torta.
Mia madre ha tirato fuori talmente tanti dolci da quel forno da averne preso persino l’odore. Probabilmente è una delle cose che mi ricorderò per sempre: il modo in cui non sa di profumare di buono, di mio, di nostro, e mi sorride.
Sono le otto e mi ritrovo dentro un’altra nostra piccola ricorrenza: in nessun caso è mai successo che la domenica sera ci sedessimo tutti a tavola per cenare. Ci si mette silenziosamente d’accordo per mangiare all’ora che ci pare, con cosa ci pare, quanto ci pare e perché ci pare. È una cosa piccola, e apparentemente insignificante, ma è un momento nel quale ridiamo tutti un po’ di più.
I miei bisticciano per gioco e mamma fa finta di prendersela, mia sorella se ne esce con una ramanzina sulla parità dei sessi e io sorrido complice. Il cane aspetta una coccolina.
La domenica sera so di essere esattamente dove dovrei.
Le mia famiglia ha influenzato profondamente la visione che ho del mondo, a volte in positivo, a volte con cinismo. Mi hanno dato la loro opinione e mi hanno cresciuto con la pretesa che io me ne formassi una indipendente, che avessi lo spirito critico sufficiente per ascoltare tutti ma trarre le mie conclusioni.
Ci sono momenti in cui mi chiedo perché non dovrei costruire un muro ogni giorno, perché il mondo dovrebbe meritarsi di vedermi per ciò che sono. Di vedermi nuda. Perché dovrei scendere a compromessi con me stessa per “andare bene”, per rispettare il mio ruolo, per non espormi troppo quando vorrei.
Poi mi ricordo che sono seduta davanti al pc con una fetta di pizza surgelata in mano e probabilmente mamma starà facendo il thé in cucina.
Mi ricordo che mi è stato insegnato che posso scegliere di non farlo.
Mi ricordo che è domenica sera e tutto diventa luminoso.
La metà delle parole che non ti scriverò
Troverò un posto dove scrivere tutte le parole che non riesco a dire e spero che alla fine riescano a trovarti. Che riescano a trovarvi tutti.
Come tu vuoi
La tramontana screpola le argille,
stringe, assoda le terre di lavoro,
irrita l’acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell’immobilità del mutamento.Son qui che metto pine
sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,
fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.
A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.È un giorno dell’inverno di quest’anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.”Come tu vuoi”
Mario Luzi
Una parola è un coltello, una carezza, un fiore, un fuoco, un nettare, una frusta, una chiave, un’anima, un’amica.
Le parole che tu non dici.

