Sono il mio posacenere

Ti parlo
La giornata è andata bene
L’acqua era fresca
Il volo costa troppo
Lo so che non puoi venire
Devo ancora passare al supermercato
Non scrivo più
Sono incerta sul futuro
ma lo aspetto
Che cos’è l’amore/?
Forse un prurito
-Ma tu non ascolti
Sei altrove
Ho comprato dei pennelli, riprendo a dipingere       
Non passa niente alla tv
Cosa fai stasera?
Sei felice?     
Io parlo
Ma tu non ci sei
È una malattia
Una brutta abitudine, come una sigaretta
Ti parlo e sento i polmoni pesanti
Sono il mio stesso posacenere
So di aspirare catrame
Per ottenere solo fumo
Sembra denso
ma poi si perde

Come te

Prima o poi l’amore arriva

A un passaggio a livello
lontano dal mondo
un giorno d’agosto assolato
un capostazione annoiato
vide a un finestrino
di un accelerato
una signora bruna
e più non lavorò
passava le serate
a guardare la luna
e i treni si scontravano
ma lui non li sentiva
prima o poi l’amore arriva.
(…)

Stefano Benni

Fiori di Cactus

Introduzione alla mia tesina di maturità.
Manca poco.

Fiori di Cactus.

L’incomunicabilità umana analizzata attraverso il teatro dell’assurdo e il metateatro.

Mia madre ha sempre detto che sono nata con la rara capacità di saper ascoltare.
Io non capivo, credendo che fosse la qualità più naturale del mondo. Crescendo mi sono resa conto che la maggior parte delle gioie e dei dolori di una vita sono causati dal contatto con le altre persone, e che questo contatto è vincolato dalla comunicazione.
Una comunicazione spesso difficile, fraintesa, sorda.
Sono partita da un argomento che sento molto mio e ho cercato di applicarlo alla società e alle mie passioni.
Che cosa spinge l’uomo a cercare comprensione nei suoi simili?
È la necessità comunicativa che crea poesia, filosofia, arte?
Il primo interesse per l’argomento è sorto attraverso la mia propensione alla scrittura, che ho interpretato come metodo di espressione personale in funzione d’ipotetici lettori ai quali stavo implicitamente domandando di capirmi.
Ciò che però mi ha spinto più di tutto ad analizzare questo tema, sono le infinite incomprensioni che i rapporti umani implicano.
Siamo davvero in grado di comprenderci?
Attraverso la metafora dei fiori di cactus analizzo la risposta dell’esistenzialista Jean-Paul Sartre, e dei drammaturghi Eugène Ionesco, Samuel Beckett e Luigi Pirandello:
La possibilità di comunicazione umana è una pungente utopia.
Il sentimento vergine che ci spinge a cercarci l’un l’altro è come un fiore che sboccia su un ramo di Cactus: lontano, bellissimo e pieno di spine.
L’unica speranza di cogliere il fiore senza graffiarsi sta nell’utilizzo di un’arma potentissima della quale l’uomo è dotato: il linguaggio.
Le opere teatrali che andrò ad analizzare si basano sull’assurdità dell’uomo che non concepisce la potenza della parola di cui è dotato, e che non riesce ad ascoltare né a farsi comprendere, nonostante le sue capacità dialettiche.
Ho scelto di analizzare l’incomunicabilità attraverso il teatro in quanto credo rappresenti una chiara fotografia della vita umana, raccontata in modo diretto ed efficace.

(ho perso la)Dignità

L’hai trovata?
Non so,
forse l’ho messa in mezzo all’agenda
che ho perso
tra un giorno amaro e due di sole
Magari farà capolino
da un lunedì di carta come questo
Ma come le sfoglio le pagine che mi hai nascosto?
Non mi dire che l’hai persa insieme all’orgoglio
Non l’avevi mica comprato in sconto
Ti stava così bene
Fammi aprire un attimo la tua coscienza
non si sa mai, potrei avertela lasciata
Ha tante tasche
magari ci trovo anche le cose che non finisco, quelle a metà
Che chissà dove accidenti ho messo

Vera anima

image

Credo in una danza,
madre, onnipresente
rivelatrice del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili:
Luce del corpo,
Vera danza di vere anime,
Generata, non creata,
Sempre presente,
Dal quale tutte le cose sono trasfigurate.
Che per noi uomini e la nostra salvezza,
Discese dal cielo
Prima di tutti i mondi
E si è incarnata nel corpo dei mortali
E li ha resi umani.
E fu crocifissa durante la società dei consumi,
soffrì e fu sepolta
ma risorge ancora in luoghi isolati
dove non esistono scritture.
E torna di nuovo con gloria
Ad animare i vivi e i morti:
il cui regno non avrà fine.
Credo in una sola danza sacra,
Signora, datrice di vita,
che procede da comunità indipendenti
che parla con la carne degli esseri umani,
invece che dei profeti.
Riconosco che costituisce un battesimo
per la remissione dei peccati e delle afflizioni
la risurrezione di arti morti,
e la vita del mondo che verrà.”

Alkis Raftis

Such a skinny love

Such a skinny love
Begging for crumbs
Crawling on your heart floor
You can hardly hear him
Moving his last steps
Whispering
That you should decide
Rather to kill
Or feed him
Euthanasia
Or
Rehab

Such a skinny love
Too violent to be ignored
Too feeble to be heard
Praying for your war to end

Leave the trenches in your veins
Find out you are the only one
Ready to shoot

This love is sick and tired
It has no more punches to land on you
The bullets went to waste
He faints on a heartbeat
While you’re still holding
a blind gun.

Tensione di scacchi rotti

Il sudore mi riga le tempie
Mentre guardo concentrata la scacchiera
E mi chiedo quanto conti il bianco o il nero
Quando le pedine vengono inghiottite
tutte
E ci si muove per farsi meno male.
Il tempo che stringe
Sadico mi osserva
Mentre il mio dito scorre tra le statuette di legno
E sceglie la mossa
sbagliata
Qual è il prezzo da pagare per tutti
questi sguardi
Per tirare indietro i capelli e volgere il viso alla luce
Farsi decifrare ad occhi chiusi
-?
È una strana partita a scacchi
con l’amore
o con se stessi

Ci incontreremo forse a metà strada

Mi ricorderò solo cose belle
Se un giorno per caso ti verrò a cercare
Se un giorno per caso sarò davanti ad una finestra
E respirerò a pieni polmoni l’aria di una casa che era nostra
Che lo è ancora
Mi ricorderò solo il buono
Non di quanto tempo non abbiamo
Non di quanto ormai sia andato
Perché ti verrò a cercare, già lo so,
E tu ancora una volta mi dirai di andare piano
Di non correre tra i ricordi
Che basta un attimo per mandare tutto in fumo
Mi ricorderò che il mondo è mio da quando sono nata, che tu n’eri già certa
e a me servirà tempo per crederti
Che la vita è piena di gradini rotti
Ma di così bello esiste solo lei
T’immagino incazzata nera
ché non eri mica pronta
e i piatti da lavare non ce li volevi lasciare
Mi ricorderò che i pomodori il sugo se lo fanno da soli, non s’aggiunge niente
Che nel budino vanno tante uova
E il ragù bolle così lento che neanche te ne accorgi
E se il potere delle parole me l’hai insegnato tu
Le mie arriveranno fino al tuo binario
Comporrò un mazzo con quelle che non riesco a dire
E te lo metterò in grembo
Peseranno meno sul mio cuore
La prima che mi prende in braccio e la prima a salutarmi
Quando ancora ho tutto da fare e da decidere
Lo sai che vorrei andar lontano
Dicevi di aspettare ancora un po’
Se a partire adesso siamo in due
Ti dico ancora
Fai la brava, vai piano, usa la testa, torna presto.
Io farò lo stesso.

Il était une fois Paris

Il était une fois Nous à Paris
ça peut sembler un peu prévu
Les amants et Paris
Mais il pleuvait à verse et nous buvions du vin rouge
De manière que la banalité puisse être un insignifiant détail
il était une fois Paris, qui nous appartenait et nous rejetait
Paris conscient que nous n’étions plus qu’un verre de vin
et quelques jours de pluie.
Il le savait déjà
que nous laverions ses rues et tomberions dans une bouche d’égout
en coulant à pic
Il le savait
que nous étions trop avides pour lui
que nous abîmerios tout
Paris qui nous observait en hochant la tête
et qui nous chuchotait que notre vin était trop doux
qu’il finirait vite.
Paris parent austère
Paris putain tronquée
Paris ville lieu commun
Il voyait déjà une pellicule noire projetée à vide
tandis que nous étions encore en train de prendre des photos du Sacre Coeur.


Eravamo un tempo Noi a Parigi
può sembrare un po’ scontato
Gli innamorati e Parigi
Ma la pioggia cadeva fitta e bevevamo vino rosso
così che la banalità potesse essere un dettaglio trascurabile
Era Parigi, che ci apparteneva e ci respingeva
Parigi consapevole che non eravamo più che un bicchiere di vino
e qualche giorno di pioggia
Lo sapeva già
che avremmo lavato le sue strade e saremmo scivolati in un tombino
colando a picco
lo sapeva
che eravamo troppo ingordi per lei
che avremmo rovinato tutto
Parigi che ci osservava scuotendo la testa
e ci sussurrava che il nostro vino era troppo dolce
e sarebbe finito presto.
Parigi genitore austero
Parigi puttana mozza
Parigi città luogo comune
vedeva già una pellicola nera girare a vuoto
mentre noi ancora scattavamo foto al Sacre Coeur.

Dio è morto / Gott ist tot

“Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!”

La Gaia Scienza, F. Nietzsche