Lodovico il ladro di caldaie

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Io e Lodovico eravamo seduti all’ombra della caldaia del bagno di casa mia, in pieno centro città. Si stava davvero bene con il culo sul pavimento riscaldato, a guardarsi negli occhi con un vin brûlé molto speziato in mano.
A me il vin brûlé non piace tanto, ma Lodo parlava, parlava e parlava, senza farmelo mai dire. Ad un certo punto ha iniziato a piovere, allora abbiamo tirato le tende della nostra caldaia e ci siamo rintanati dentro, vicino alla fiammella. Era stata un’idea geniale quella di montarle le ruote e trasformarla in una caldaia itinerante.
Lodo non mi parlava mai d’amore, lo imbarazzava, e poi erano i fiori la sua vera passione. Fiori, piante, ortaggi, arbusti e alberi centenari: tutto ciò che poteva coltivare con le sue mani.
Quella sera, al caldo nella caldissima caldaia, Lodo mi disse per la prima volta che mi vedeva come il geranio rosso del suo davanzale. Rosso com’era lui quando me lo confessò. Voleva proteggermi dal gelo dell’inverno così che fiorissi splendidamente appena il caldo fosse tornato.
E forse fu l’amore,
l’emozione,
il vino,
il sudore,
l’imbarazzo,
la fiammella calda della caldissima caldaia,
ma io mi sciolsi come cioccolata in tazza e non mi rimase altro da fare che sgocciolare via dall’intercapedine dello sportellino di metallo.
Lodo per ripicca mi rubò la caldaia e ci costruì una serra.
Ma un po’ ancora mi ama, io lo so:
ci coltiva solo Gerani Rossi.

Per cullare le mie parole

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La fabbrica non è tanto grande: una di quelle industriette di provincia, dove si lavora sodo.
La sala principale è piena di macchinari alti quanto il soffitto, che chiacchierano tra loro con sbuffi di vapore e musica. Non stridono, non urlano, non si lamentano: il ferro che li compone scivola senza inceppi e sembra davvero che cantino mentre lavorano.
Le pareti sono tutte piene di tende leggere, comprate in india qualche anno prima, arancioni, lilla, verdi e azzurre, appese a fili sottili legati alla buona ad appigli che paiono provvisori. Esse filtrano la luce che entra dalle grandi finestre così che camminando per la sala, tutti gli operai rimangano per un attimo estasiati da questo frullatore di luci, colori e musica, muovendosi tra un raggio blu e uno rosso per arrivare alla loro postazione.
Dato che l’altezza degli orpelli di ferro e rotelle copre la maggior parte della visuale, la fabbrica è dotata di un sistema di strade e viuzze che si intersecano tra loro.
Ognuna ha un nome e una caratteristica, sono tutte diverse e tutte riconoscibili: perdersi è impossibile, ma sarebbe piacevole quanto farlo nello zucchero filato.
Il lavoro non pesa e della paga ci si infischia, si riesce a vivere bene e questo è ciò che importa.
Cosa si produce?
Parole.
E a far parole neanche si inquina: la città è costantemente sorvolata da fumi che profumano di vaniglia, muschio bianco, ambra e mirra, in base a quali parole la fabbrica compone.
Ogni giorno si montano frasi su frasi, libri su libri, saggi su saggi, e si spediscono in giro per il mondo, finché qualcuno non si decida a leggerli. Poi si rincomincia.
Ogni tanto, per quanto ben oliata ed efficiente, la fabbrica s’inceppa.
Le parole non s’infilano, non vanno d’accordo, fanno i capricci.
Allora gli operai si inventano storie per farle addormentare, storie di draghi, principesse, cavalieri, operai e fabbriche, per cullarle fino al loro posto.
Quando si svegliano, coccolate come sono, smettono di lamentarsi e tutto riprende il normale corso.
Nel curriculum bastano pazienza e comprensione, ché le parole sono come bambini: bisogna dare loro il tempo di crescere.

Fiori di Cactus

Introduzione alla mia tesina di maturità.
Manca poco.

Fiori di Cactus.

L’incomunicabilità umana analizzata attraverso il teatro dell’assurdo e il metateatro.

Mia madre ha sempre detto che sono nata con la rara capacità di saper ascoltare.
Io non capivo, credendo che fosse la qualità più naturale del mondo. Crescendo mi sono resa conto che la maggior parte delle gioie e dei dolori di una vita sono causati dal contatto con le altre persone, e che questo contatto è vincolato dalla comunicazione.
Una comunicazione spesso difficile, fraintesa, sorda.
Sono partita da un argomento che sento molto mio e ho cercato di applicarlo alla società e alle mie passioni.
Che cosa spinge l’uomo a cercare comprensione nei suoi simili?
È la necessità comunicativa che crea poesia, filosofia, arte?
Il primo interesse per l’argomento è sorto attraverso la mia propensione alla scrittura, che ho interpretato come metodo di espressione personale in funzione d’ipotetici lettori ai quali stavo implicitamente domandando di capirmi.
Ciò che però mi ha spinto più di tutto ad analizzare questo tema, sono le infinite incomprensioni che i rapporti umani implicano.
Siamo davvero in grado di comprenderci?
Attraverso la metafora dei fiori di cactus analizzo la risposta dell’esistenzialista Jean-Paul Sartre, e dei drammaturghi Eugène Ionesco, Samuel Beckett e Luigi Pirandello:
La possibilità di comunicazione umana è una pungente utopia.
Il sentimento vergine che ci spinge a cercarci l’un l’altro è come un fiore che sboccia su un ramo di Cactus: lontano, bellissimo e pieno di spine.
L’unica speranza di cogliere il fiore senza graffiarsi sta nell’utilizzo di un’arma potentissima della quale l’uomo è dotato: il linguaggio.
Le opere teatrali che andrò ad analizzare si basano sull’assurdità dell’uomo che non concepisce la potenza della parola di cui è dotato, e che non riesce ad ascoltare né a farsi comprendere, nonostante le sue capacità dialettiche.
Ho scelto di analizzare l’incomunicabilità attraverso il teatro in quanto credo rappresenti una chiara fotografia della vita umana, raccontata in modo diretto ed efficace.

Dio è morto / Gott ist tot

“Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!”

La Gaia Scienza, F. Nietzsche

Un buco nel cielo di carta

«La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette!» venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari.
«Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.»

«La tragedia d’Oreste?»

«Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.»
«Non saprei» risposi, stringendomi ne le spalle.
«Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.»

«E perché?»
«Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.»

E se ne andò, ciabattando.

Luigi Pirandello, “Il Fu Mattia Pascal”

Renato Zero cantava: “Ma che uomo sei se non hai il cielo?”, e forse sia io che Pirandello ci siamo fatti la stessa domanda.
Ma se il cielo, un bel giorno, si squarciasse?
Io lo vedo, Oreste, tutt’altro che marionetta, svegliarsi la mattina e incamminarsi verso il fornaio a prendere il pane. Passeggia tranquillo, pensa a quante mantovane e crocette gli serviranno, fino a che sente un rumore di carta strappata, e con il naso all’insù si accorge che si è rotto il cielo.
Sarebbe un bello shock.
Le lacrime, le preghiere, i sospiri e le imprecazioni che si mandano ogni giorno lassù, che fine fanno ora che è bucato?
Un cielo di carta.
Forse Oreste si sentirebbe crollare tutta la sua vita addosso, proprio attraverso quel buco, se scoprisse che il tetto del mondo è il disegno di un bambino e lui vive in una bugia.
Magari l’avrebbe accettato, ma con che coscienza? Come si fa a vivere con le certezze rase al suolo?
Non si possono ignorare: quando si impoveriscono diventano mendicanti che elemosinano attenzione, chiamano, urlano, si tendono verso il loro proprietario così che non si può far finta di niente.
Capi di tutte le religioni al telefono in preda al panico: ” E Dio? Dov’è finito?
Un buco?!
Oh per l’amor del cielo!
Che il cielo ce ne scampi!
Sì, ma quale cielo?”.
Telegiornali in diretta, pompieri con scale lunghissime che cercano di aggiustarlo, e in mezzo al caos io, Oreste e Pirandello stiamo fermi immobili con la bocca spalancata e un senso di vuoto.
Nel nostro club di punti interrogativi ( mio, di Oreste, Luigi e Renato, s’intende) è entrato a far parte anche Peter Weir.
Voleva fare un tentativo cinematografico, dirigere un piccolo film.
Voleva chiamarlo ” L’abbraccio falso di un cielo di carta”, ma tutti sapevamo che non avrebbe venduto, così l’abbiamo convinto a cambiarlo in “The Truman Show”.
Tutta la pellicola si avvolge attorno a una sensazione soffocante di recitazione posticcia. Truman si arrovella l’animo in cerca della verità, e quando finalmente la sua barca a vela rompe quel maledetto cartone azzurro, lui non rimane a bocca aperta come noi.
Sale le scale, fa un bel inchino, ed esce.
Lascia le certezze rotte mendicanti dentro e chiude la porta: va a costruirsene altre.
Peter è un coraggioso di natura.
Io non so se sarei tranquilla anche se fossi una marionetta. Credo che anche loro abbiano sogni troppo grandi, che il cielo non riesce a contenere, che non sanno dove mettere.
Dovrei farmi dare il numero di quel Truman. Magari me lo può spiegare lui come si fa quando il cielo si rompe e diventa chiaro che certe porte vanno per forza chiuse.

La buona scuola

Erano anni che non entravo in quella scuola.
L’edificio in sé è sempre stato anonimo: molte aule e larghi corridoi in davvero pochi metri di altezza. Fin da quando avevo dodici anni ho sempre avuto l’impressione di poter toccare il soffitto solo tendendo la mano.
Ho notato un nuovo murales prima di passare oltre il cancello verde d’entrata, molto più bello di quello che era nello stesso punto cinque anni fa, quando ero studentessa io.
Sono state davvero due ore speciali.
Io e Francesca siamo rimaste in 3°C un tempo infinito, mentre la nostra ex prof di italiano chiedeva con occhi da mamma quali fossero i nostri progetti per il futuro, le nostre preoccupazioni, le nostre soddisfazioni.
Ho lasciato il cuore in chi mi ha donato le basi per conoscere e amare la letteratura e la scrittura.
In chi ha sempre profondamente creduto in me.
Quando ho detto alla mia ex prof di lettere che a settembre avrei tentato il provino per entrare all’accademia di recitazione di Roma, a lei che è stata la prima a mettermi su un palcoscenico e a farmi amare il teatro, si è commossa.
Si è commossa e io mi sono ricordata quanto siano state importanti per me le persone che ho conosciuto in quei tre anni, quando ancora non lo sapevo.
Abbiamo riconosciuto in quei 24 paia di occhi della 3°C la stessa curiosità e paura di scottarci che avevamo tra quei banchi, abbiamo risposto a domande che erano nostre cinque anni fa e che forse lo sono ancora.
Avrei voluto dire loro di quanto saranno grati a quella scuola quando ritorneranno più grandi, consapevoli, forse preoccupati, e si accorgeranno di come il tempo lì dentro si sia meravigliosamente fermato.
Prima di andarcene, siamo rimaste in attesa cinque minuti davanti alla 1°A, per dire ciao anche al nostro ex prof di storia.
Stava descrivendo per i suoi bambini la battaglia più vera che potessero immaginare, parlava di cavalli, armature e fatica, facendo esempi tanto concreti che, un attimo prima che bussassimo alla porta, uno di quegli incantati frugolini si è lasciato scappare un adorante ‘’ Mamma mia!’’.
È questa la scuola che voglio.
Una scuola che emozioni.
Questa è la ‘’buona scuola’’, qualcosa di talmente raro e prezioso che ho avuto paura di sciupare bussando a quella porta, interrompendo la battaglia.
È una scuola che faccio fatica a ricordare, mentre mi racconto di frequentare un ottimo liceo.
L’emozione che un insegnante prova e riesce a donare mentre forma i suoi studenti è ciò che mi manca e che da qualche anno a questa parte mi ha fatto definire la scuola italiana come fallimentare, senza meritocrazia, senza decisioni intelligenti.
Senza l’intenzione di formare individui pensanti.
La mancanza di passione è forse ciò che mi ha deluso di più.
Poi un bambino dice “Mamma mia!” durante una lezione di storia e io mi sento davvero sollevata.
Se n’è accorto anche lui.
Mamma mia.

L’inquadratura è stretta e voi non ci state

Seduta su un divano di pelle nera, a lato della pista. Le gambe sono stanche e si lamentano, sono quasi le 4 di notte e dopo aver ballato per tre ore consecutive, concedo loro un momento di tregua.
Seduto alla mia destra c’è Diego, vestito da sceicco e stanco come me; di fronte, Francesca e Titto saltano agitando le mani, ballano vicini e cantano, mimando le parole di una canzone che non conosco. Di fianco a loro Rebecca e Lorenza ridono e muovono i capelli contagiate dall’allegria del momento. Mattia ci sta raggiungendo dal centro della pista, ha una parrucca grigia in testa e cammina verso di noi con una mossa alla Saturday Night Fever e un sorriso grande quanto tutta la sala.
Mi avvicino a Diego e gli dico: “Vorrei fare una fotografia a questo momento”.
Non credo che capisca.

Per un attimo ci ho pensato, di tirare fuori il telefono e scattare davvero l’immagine di quel momento, ma mi sono presto resa conto che tutto quello che vedevo in quei 2 minuti di canzone, dentro una foto non ci poteva proprio stare.
Mi rende così felice sapere di non poter fotografare tutto, che ci siano momenti così importanti da non poter essere fermati. Uno ci pensa, e si dice “Adesso premo il pulsante e me lo ricorderò per sempre”, poi arriva il momento, quello da fotografare, arriva e semplicemente dice di no. Dice che non si può, che se davvero è così speciale bisognerà fare lo sforzo di ricordarselo da sè. Senza smartphone o carta lucida.
Io sto qui, seduta sul divano di pelle nera, la musica suona forte e penso che non li posso proprio fotografare i miei 18 anni.
Anche se sono così belli.

(La foto che allego a questo post sembrerebbe quasi una contraddizione. Invece è solo una foto.
Un momento della serata che non sarebbe mai potuto essere speciale come quello che non sono riuscita ad afferrare.)