Dio è morto / Gott ist tot

“Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!”

La Gaia Scienza, F. Nietzsche

Un buco nel cielo di carta

«La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette!» venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari.
«Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.»

«La tragedia d’Oreste?»

«Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.»
«Non saprei» risposi, stringendomi ne le spalle.
«Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.»

«E perché?»
«Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.»

E se ne andò, ciabattando.

Luigi Pirandello, “Il Fu Mattia Pascal”

Renato Zero cantava: “Ma che uomo sei se non hai il cielo?”, e forse sia io che Pirandello ci siamo fatti la stessa domanda.
Ma se il cielo, un bel giorno, si squarciasse?
Io lo vedo, Oreste, tutt’altro che marionetta, svegliarsi la mattina e incamminarsi verso il fornaio a prendere il pane. Passeggia tranquillo, pensa a quante mantovane e crocette gli serviranno, fino a che sente un rumore di carta strappata, e con il naso all’insù si accorge che si è rotto il cielo.
Sarebbe un bello shock.
Le lacrime, le preghiere, i sospiri e le imprecazioni che si mandano ogni giorno lassù, che fine fanno ora che è bucato?
Un cielo di carta.
Forse Oreste si sentirebbe crollare tutta la sua vita addosso, proprio attraverso quel buco, se scoprisse che il tetto del mondo è il disegno di un bambino e lui vive in una bugia.
Magari l’avrebbe accettato, ma con che coscienza? Come si fa a vivere con le certezze rase al suolo?
Non si possono ignorare: quando si impoveriscono diventano mendicanti che elemosinano attenzione, chiamano, urlano, si tendono verso il loro proprietario così che non si può far finta di niente.
Capi di tutte le religioni al telefono in preda al panico: ” E Dio? Dov’è finito?
Un buco?!
Oh per l’amor del cielo!
Che il cielo ce ne scampi!
Sì, ma quale cielo?”.
Telegiornali in diretta, pompieri con scale lunghissime che cercano di aggiustarlo, e in mezzo al caos io, Oreste e Pirandello stiamo fermi immobili con la bocca spalancata e un senso di vuoto.
Nel nostro club di punti interrogativi ( mio, di Oreste, Luigi e Renato, s’intende) è entrato a far parte anche Peter Weir.
Voleva fare un tentativo cinematografico, dirigere un piccolo film.
Voleva chiamarlo ” L’abbraccio falso di un cielo di carta”, ma tutti sapevamo che non avrebbe venduto, così l’abbiamo convinto a cambiarlo in “The Truman Show”.
Tutta la pellicola si avvolge attorno a una sensazione soffocante di recitazione posticcia. Truman si arrovella l’animo in cerca della verità, e quando finalmente la sua barca a vela rompe quel maledetto cartone azzurro, lui non rimane a bocca aperta come noi.
Sale le scale, fa un bel inchino, ed esce.
Lascia le certezze rotte mendicanti dentro e chiude la porta: va a costruirsene altre.
Peter è un coraggioso di natura.
Io non so se sarei tranquilla anche se fossi una marionetta. Credo che anche loro abbiano sogni troppo grandi, che il cielo non riesce a contenere, che non sanno dove mettere.
Dovrei farmi dare il numero di quel Truman. Magari me lo può spiegare lui come si fa quando il cielo si rompe e diventa chiaro che certe porte vanno per forza chiuse.

La buona scuola

Erano anni che non entravo in quella scuola.
L’edificio in sé è sempre stato anonimo: molte aule e larghi corridoi in davvero pochi metri di altezza. Fin da quando avevo dodici anni ho sempre avuto l’impressione di poter toccare il soffitto solo tendendo la mano.
Ho notato un nuovo murales prima di passare oltre il cancello verde d’entrata, molto più bello di quello che era nello stesso punto cinque anni fa, quando ero studentessa io.
Sono state davvero due ore speciali.
Io e Francesca siamo rimaste in 3°C un tempo infinito, mentre la nostra ex prof di italiano chiedeva con occhi da mamma quali fossero i nostri progetti per il futuro, le nostre preoccupazioni, le nostre soddisfazioni.
Ho lasciato il cuore in chi mi ha donato le basi per conoscere e amare la letteratura e la scrittura.
In chi ha sempre profondamente creduto in me.
Quando ho detto alla mia ex prof di lettere che a settembre avrei tentato il provino per entrare all’accademia di recitazione di Roma, a lei che è stata la prima a mettermi su un palcoscenico e a farmi amare il teatro, si è commossa.
Si è commossa e io mi sono ricordata quanto siano state importanti per me le persone che ho conosciuto in quei tre anni, quando ancora non lo sapevo.
Abbiamo riconosciuto in quei 24 paia di occhi della 3°C la stessa curiosità e paura di scottarci che avevamo tra quei banchi, abbiamo risposto a domande che erano nostre cinque anni fa e che forse lo sono ancora.
Avrei voluto dire loro di quanto saranno grati a quella scuola quando ritorneranno più grandi, consapevoli, forse preoccupati, e si accorgeranno di come il tempo lì dentro si sia meravigliosamente fermato.
Prima di andarcene, siamo rimaste in attesa cinque minuti davanti alla 1°A, per dire ciao anche al nostro ex prof di storia.
Stava descrivendo per i suoi bambini la battaglia più vera che potessero immaginare, parlava di cavalli, armature e fatica, facendo esempi tanto concreti che, un attimo prima che bussassimo alla porta, uno di quegli incantati frugolini si è lasciato scappare un adorante ‘’ Mamma mia!’’.
È questa la scuola che voglio.
Una scuola che emozioni.
Questa è la ‘’buona scuola’’, qualcosa di talmente raro e prezioso che ho avuto paura di sciupare bussando a quella porta, interrompendo la battaglia.
È una scuola che faccio fatica a ricordare, mentre mi racconto di frequentare un ottimo liceo.
L’emozione che un insegnante prova e riesce a donare mentre forma i suoi studenti è ciò che mi manca e che da qualche anno a questa parte mi ha fatto definire la scuola italiana come fallimentare, senza meritocrazia, senza decisioni intelligenti.
Senza l’intenzione di formare individui pensanti.
La mancanza di passione è forse ciò che mi ha deluso di più.
Poi un bambino dice “Mamma mia!” durante una lezione di storia e io mi sento davvero sollevata.
Se n’è accorto anche lui.
Mamma mia.

L’inquadratura è stretta e voi non ci state

Seduta su un divano di pelle nera, a lato della pista. Le gambe sono stanche e si lamentano, sono quasi le 4 di notte e dopo aver ballato per tre ore consecutive, concedo loro un momento di tregua.
Seduto alla mia destra c’è Diego, vestito da sceicco e stanco come me; di fronte, Francesca e Titto saltano agitando le mani, ballano vicini e cantano, mimando le parole di una canzone che non conosco. Di fianco a loro Rebecca e Lorenza ridono e muovono i capelli contagiate dall’allegria del momento. Mattia ci sta raggiungendo dal centro della pista, ha una parrucca grigia in testa e cammina verso di noi con una mossa alla Saturday Night Fever e un sorriso grande quanto tutta la sala.
Mi avvicino a Diego e gli dico: “Vorrei fare una fotografia a questo momento”.
Non credo che capisca.

Per un attimo ci ho pensato, di tirare fuori il telefono e scattare davvero l’immagine di quel momento, ma mi sono presto resa conto che tutto quello che vedevo in quei 2 minuti di canzone, dentro una foto non ci poteva proprio stare.
Mi rende così felice sapere di non poter fotografare tutto, che ci siano momenti così importanti da non poter essere fermati. Uno ci pensa, e si dice “Adesso premo il pulsante e me lo ricorderò per sempre”, poi arriva il momento, quello da fotografare, arriva e semplicemente dice di no. Dice che non si può, che se davvero è così speciale bisognerà fare lo sforzo di ricordarselo da sè. Senza smartphone o carta lucida.
Io sto qui, seduta sul divano di pelle nera, la musica suona forte e penso che non li posso proprio fotografare i miei 18 anni.
Anche se sono così belli.

(La foto che allego a questo post sembrerebbe quasi una contraddizione. Invece è solo una foto.
Un momento della serata che non sarebbe mai potuto essere speciale come quello che non sono riuscita ad afferrare.)

In piedi sulla sedia rossa della sala d’aspetto

È da un po’ che sto in silenzio.
Ultimamente in tanti mi hanno chiesto del Blog e hanno iniziato a leggerlo, il che mi fa sentire entusiasta ma quasi osservata.
Sono nella stracolma sala d’aspetto del dottore, e sono seduta su una sedia rossa accanto all’attaccapanni. Alcune delle persone che sono in attesa sbirciano nella mia direzione con la coda dell’occhio, mi sfiorano e poi fanno finta di niente. Altre mi fanno i complimenti per come sono vestita, per come arriccio i capelli, sorridono, e ricominciano a leggere la rivista che hanno sulle ginocchia.
Vorrei raccontare molto di più, raccontarmi molto di più, ma è difficile riuscire ad essere sinceri con se stessi sapendo che, per forza di cose, lo sarò pubblicamente anche con gente che vedo ogni giorno.
Sono combattuta.
È come se mi dovessi alzare dalla sedia di colpo dicendo ad alta voce qualcosa di mio, mentre tutta la sala tende l’orecchio.
Qualche volta vorrei scrivere semplicemente per sfogo, facendo nomi e descrizioni dettagliate.
Vorrei scrivere di quando mi sento arrabbiata, perché e con chi, vorrei scrivere di cosa mi succede quando mi tocchi per sbaglio, di come te ne accorgi e di quanto io non riesca proprio a gestirlo. Però vorrei anche dire che nonostante questo (sì, lo vorrei dire proprio a te) ancora non mi hai.
E chissà se mi avrai mai.
Vorrei spiegarmi senza ricamare emozioni a tinte espressioniste.
Senza filtri.
Ma poi penso che potrebbe leggerlo anche chi vorrei non ne sapesse niente, e mi freno.
Ho anche valutato l’idea di aprire un blog sconosciuto alla realtà imolese alla quale appartengo, che contenesse solo le mie righe più intime. L’ho pensato e mi sono mandata al diavolo.
Non mi leggono solo sconosciuti, e l’unica conseguenza possibile è imparare ad essere sinceri.
L’unica conseguenza se voglio continuare a seguire il mio percorso e crescere per davvero. Non esiste un’età per essere adulti ma di sicuro esiste una coscienza.
Conoscere Miss Verità, questa grande chimera che aleggia ovunque ma che nessuno conosce.

Quindi sorrido per i complimenti alla borsetta, agli occhi, allo stile e alla scelta di parole, mi alzo in piedi e rivelo tutto ad alta voce.
Stando ben attenta che tutti possano sentirmi.
Sono in piedi sulla sedia rossa della sala d’aspetto e ho deciso che parlo forte e me ne vado: del dottore non ho più bisogno.
La bugia (o la paura?) è una malattia con facili rimedi.

Le illusioni di Francesco

Frenci mi chiama vissutella.
Non solo mi atteggio da donna vissuta, ma lo sono proprio “inside”, dice lui.
Non credo che lo intenda come un complimento.
Lui dice che sono una donna vissuta e qui è tre giorni che mi scambiano per una sedicenne.
L’altro ieri un collega di mio padre mi ha chiesto se sono in classe con sua nipote, che frequenta il terzo anno nel mio stesso liceo, e poi oggi: la disfatta totale.
Nel pomeriggio sono andata a recuperare il telefono di mia sorella, ritirato questa mattina dalla professoressa. In segreteria aspettavano qualcuno a cui appiopparlo il prima possibile, genitori o famigliari maggiorenni.
Allora io tutta orgogliosa della mia maggiore età varco la soglia della scuola media e chiedo informazioni a due bidelli.
Mi dicono che la segreteria è al secondo piano e che i telefoni ritirati sono tutti riposti nella cassaforte a combinazione.
Poi alzano la cornetta, bisbigliano qualcosa con un’aria molto ‘top secret’, mi guardano negli occhi e dicono con tono serio:
“Puoi salire”.
Mi sento onorata di un tale privilegio, li ho visti tentennare in preda all’indecisione ma alla fine hanno supposto che potessi essere degna al ritiro del cellulare!
Io, proprio io!!
Salgo le scale con un sentimento di soddisfazione mista a timore e rispetto, e busso alla porta della famigerata segreteria. Mi apre una signora sulla sessantina, con 12cm di tacco e i capelli cotonati.
Mi guarda e mi fa:
” E tu, quanti hanni hai?”
” 18 Signora, ho un documento se vuole.” (con la S maiuscola, sto pur sempre parlando con un’autorità).
Lei tace.
Mi scruta un po’.
Poi riattacca:
” Mi fido, anche se non li dimostri mica. Assomigli a mia figlia che di anni ne ha sedici.”

Il mio orgogliosissimo sorriso si affievolisce.
Prendo il telefono, ringrazio (vecchia strega!), alzo i tacchi ed esco dalla scuola.
Sedici anni.
Ho appena fatto il compito in classe di storia francese, quindi mi sento proprio come Napoleone a Waterloo: sconfitta, abbattuta, incredula, delusa, e con tanto di Samsung con cover in gomma verde a forma di paperotto in mano.
Sedici anni.
Frenci, m’illudi.

Galerie d’art nonsense

Cosa importa, Mesdames et Messieurs?
Vita, morte, esami, sentimenti, fotografie, amici, moda, benzina, letteratura, dolore, viaggi, aerei, ruoli sociali?
Cosa importa?

Dissezioniamo le emozioni e vendiamole al dettaglio, allestiamo una mostra, una piccola e pulita galerie, appendiamole al muro come ritratti di vecchia data o come paesaggi impressionisti.
Oppure sediamoci, e incappucciamole. Lasciamo che cieche si cerchino, che con dita veloci delineino un viso al di sotto della stoffa.
Stiamo a guardare labbra che mai si toccheranno sotto il bianco cotone.
Come gli amanti di Magritte.
Benvenuti nell’Atelier della mia vita, la vedrete tutta appesa alle pareti su forti chiodi. Questa è un’occasione unica perché la mostra viaggia di continuo! E non sarà mai ferma, mai vuota.
Per di qua vi sono una serie di dipinti sulla concezione d’ amore, di passione, rabbia, pazzia, nervosismo.
Olio su tela, lunghi tempi d’attesa.
Vi prego di non toccare gli ultimi lavori, sono ancora freschi.
In fondo al corridoio, una stanza circolare: il soffitto è molto alto ma attenti al gradino prima di entrare. Si possono vedere tre sculture di nudo classico, l’ultima quasi abbozzata. È quella che meno gradisco.
Oltre la stanza rotonda, un’enorme salone con ampie finestre: Il Surrealismo.
Mondi e spazi sconfinati ritratti nella tensione dell’attimo prima. Prima di cosa?!
Prima.
Come i neoclassicisti, che immortalavano il momento che precedeva o subito seguiva l’azione.
Molto surreale il fatto che sia nella sezione surrealista, no?
Sopra la realtà come questa mostra.
Se ora sentite la lingua attorcigliarsi e vi sembra che le lettere vortichino impazzite, non preoccupatevi, ci stiamo avvicinando verso la stanza dei giochi di retorica e significato. Le parole viaggiano libere sui muri e si combinano a loro piacimento, con o senza permesso dell’artista. Parole di pensieri che non si controllano sono parole libere.
Il tour è terminato.
Ma cosa importa davvero di tutto questo?
Il dettaglio.
Il dettaglio che vi è entrato sottopelle e che unicamente ricordate. Di tutte le stanze, solo lui. Quello che avete fatto vostro.
L’unico momento di tutta una vita che avete rubato.
L’avete riconosciuto? Ve ne siete resi conto?
Bene.
Prima dell’uscita c’è la cassa. I dettagli si pagano oro.
Del resto la mostra viaggia, e togliere radici costa.

Grazie della visita. Au revoir!

Quando tramonta non esisto

Quella sera gli automobilisti erano nervosi.
Lo si notava senza bisogno di clacson e strepitii, giravano semplicemente tutti molto veloci, con la fretta nervosa di una giornata storta.
Gli incroci erano intasati e stanchi, c’erano sguardi gelidi ad ogni semaforo.
Occhiaie profonde in visi che non vedevano l’ora di tornare a casa, assorti in un mondo di pensieri pesanti: si facevano tic accanto alle faccende sbrigate, in programmi giornalieri scritti a mente in modo indelebile, quasi come un’agenda, e ci si mangiava le unghie per quello che non si aveva avuto il tempo di fare.
“Le giornate dovrebbero essere di 48 ore.”
Me lo diceva sempre.
Ma cosa può succedere, di giovedì, in un tardo pomeriggio sfibrato, nessuno può saperlo.
La strada era sempre quella da 8 anni.
Strette viuzze di campagna, in mezzo a campi che d’estate si riempivano di girasoli.
Avrei potuto scrivere che esplodevano, urlavano di girasoli.
Ballavano, cantavano, vivevano, ridevano, piangevano, di girasoli.
Ma a volte le cose semplici sono le uniche che riescano a fare breccia nei muri di mattoni spessi che proteggono o rinchiudono l’animo umano. Perciò dirò che si riempivano di girasoli. Come per intendere tutto ma trattarlo con lo stesso rispetto di un segreto.
La macchina viaggiava sostenuta, stava imboccando la prima di quelle tante viuzze. Era rimasta per 3 ore parcheggiata vicino alla biblioteca e finalmente stava per riabbracciare casa.
Poi, successe.
Successe tutto in cinque minuti.
Successe che tramontò.
Tramontò e tutti gli automobilisti di quelle strette strade di campagna rallentarono.
Le nuvole facevano da corona ad un sole che illuminava di rosso tutti i campi senza girasoli, che per un attimo smisero di essere tristi.
Non credo ci sia una maniera per descrivere il mondo che si addormenta, se n’è sempre parlato da secoli, e così si continuerà a fare, senza trovare parole che gli rendano giustizia.
Per cui non ne parlerò.
Dirò solo che nei cinque minuti che intercorsero dalle 18.08 alle 18.13 io non c’ero più.
Non c’era più la fretta, le facce stanche, le occhiaie, le cose non fatte, la macchina, i girasoli che in effetti non c’erano veramente, la biblioteca, casa mia.
Non c’era niente.
Solo un eco, e diceva: com’è bello il mondo.
Solo tramonto.

Camus e Camelie all’alba

‘Stamattina mi sono svegliata e avevo voglia di guidare. Il cielo era scuro e soffiava un vento freddo, ma mi sono messa in macchina per tempo e sono riuscita ad evitare il traffico delle 8 meno dieci. Piccole soddisfazioni. Alla radio passava Giorgia e anche se non mi fa impazzire mi sono messa a cantarla lo stesso.
Pioverà prima di amarsi a fondo.
Può darsi che sia vero Gio’, ma io innamorata innamorata non son stata mai!
Mi immagino, certe volte, il guidatore che si affianca alla mia scatolina a quattro ruote ad un semaforo e mi vede cantare a squarciagola. Spero almeno di regalargli una risata, che alle sette e mezza di mattina mi sembra già un bel traguardo.
Ho appena finito di leggere l’étranger di Camus e mi sto rendendo conto di essere stata contagiata dal suo stile, come succede sempre quando leggo qualcosa. Peccato che lo stile apatico dell’étranger abbia senso solo con una forte motivazione di base. Il mio diario di bordo mi risulta invece un po’ noioso.
Cosa ve ne fregherà delle mie cantatine in macchina? Probabilmente niente.
Però non importa, ultimamente ho il cuore leggero e voglio scrivere per me.
Oggi la giornata si prospetta molto tranquilla dal mio banco in penultima fila di una classe troppo grande per noi che siamo in 22. Le mie due compagne di banco (e di vita) studiano storia dell’arte e la prof di religione ha capito che oggi proprio non ce n’è. Io scrivo dal telefono e la cosa mi risulta un po’ ostica, ma c’è il sole che filtra dalle tende e un dolce brusio di sottofondo, troppo invitanti per non aggiornare questo piccolo blog.
Sono così contenta di averlo aperto, cameliebianche!
È diventato ormai un processo catartico scriverci sopra, liberatorio. Tra una settimana e un po’ compio 3 mesi e mi sembra di aver scritto il primo post solo un attimo fa. Adesso però basta perchè bisogna mettere un punto alle divagazioni logicamente sconnesse, che poi divento pesante e cameliebianche perde la sua armonia.
Vi lascio l’unica canzone che avrei voglia di ascoltare ‘stamattina, perché mi fa sempre sentire come se passeggiassi in spiaggia quando il sole è ancora piccolo, con la sabbia umida tra le dita e gli occhietti da sonno. Un dolce buongiorno a tutti.

http://m.youtube.com/watch?v=ss3148ZXwuc

La ribellione viola

Sarà che di scrivere testi struggenti per ora mi son stancata.
Essere triste mi annoia.
Quindi racconterò della mia ribellione da neo-diciottene che Freud classificherebbe come una qualche patologia o che perlomeno spiegherebbe meglio.
La chiamerò la ribellione viola, che da ‘stamattina è anche il colore dei miei capelli. Storia complicata.
Mentre aspettavo che la tinta attecchisse sul castano chiaro mi sono guardata allo specchio con il camice nero e un pastrocchio in testa che assomigliava tanto ai miei quadri quand’avevo cinque anni, e ho pensato a come la vita fosse proprio piena di occasioni. Una sorta di Amleto che si interroga sull’essere più profondo reggendo un tubetto di tinta al posto del teschio.
Sono arrivata dal parrucchiere con l’idea di accorciarli come al solito, e invece adesso sono viola e lunedì prossimo sono a Ravenna a fare la modella di fortuna. Le vanesie fanno fatica a rifiutare proposte che coccolano un po’ il loro ego, e soprattutto fanno fatica a tenerle per sé.
Che fastidiose, le vanesie.
Mi sono guardata e ho pensato che dovevo proprio avere un’espressione simile quando una mattina di 3 anni fa sono arrivata nello stesso posto con la stessa idea e sono uscita con 30 cm di capelli in meno.
Tralasciando quanto mi piaccia parlare vanitosamente dei miei ricci, questa piccola e banale riflessione ha scatenato una una personale sessione filosofica.
Mi sono resa conto di quanto io sia viva! E in modo positivo: mi piace pensare di avere mille anni davanti e di poter cogliere le occasioni nuove e coraggiose che intercetto.
Mi piace pensare a come possa fare un dito medio al periodo “leopardiano” di malinconia e profonda tristezza che sembra andare per la maggiore a tutti, ed essere felice felice.
Amo le cose che cambiano e amo quando cambiano me. Anche se si fa fatica.
La mia ribellione viola non so da dove sia saltata fuori, perché non se l’aspettava nessuno. Non si aspettava nessuno neanche che mi facessi un tatuaggio in discoteca e che mi mettessi a dipingere sugli armadi.
Essere imprevedibile mi diverte molto.
Il mio lato da psicologa bisbiglia che mi diverte anche perché se non sono prevedibile non sono vulnerabile. Mi da della fifona.
Ma oggi la strizzacervelli deve tacere.
Sono senza dolore, senza nulla da dimenticare, solo puro e semplice cambiamento. Di quelli pieni e colorati. Di quelli che si sente lontano un chilometro come profumino di buono. Di fresco.

Ci sto prendendo gusto a mettere tutti questi punti. A usare una grammatica formalmente discutibile. A scrivere questi post nonsense.