Fiori di Cactus

Introduzione alla mia tesina di maturità.
Manca poco.

Fiori di Cactus.

L’incomunicabilità umana analizzata attraverso il teatro dell’assurdo e il metateatro.

Mia madre ha sempre detto che sono nata con la rara capacità di saper ascoltare.
Io non capivo, credendo che fosse la qualità più naturale del mondo. Crescendo mi sono resa conto che la maggior parte delle gioie e dei dolori di una vita sono causati dal contatto con le altre persone, e che questo contatto è vincolato dalla comunicazione.
Una comunicazione spesso difficile, fraintesa, sorda.
Sono partita da un argomento che sento molto mio e ho cercato di applicarlo alla società e alle mie passioni.
Che cosa spinge l’uomo a cercare comprensione nei suoi simili?
È la necessità comunicativa che crea poesia, filosofia, arte?
Il primo interesse per l’argomento è sorto attraverso la mia propensione alla scrittura, che ho interpretato come metodo di espressione personale in funzione d’ipotetici lettori ai quali stavo implicitamente domandando di capirmi.
Ciò che però mi ha spinto più di tutto ad analizzare questo tema, sono le infinite incomprensioni che i rapporti umani implicano.
Siamo davvero in grado di comprenderci?
Attraverso la metafora dei fiori di cactus analizzo la risposta dell’esistenzialista Jean-Paul Sartre, e dei drammaturghi Eugène Ionesco, Samuel Beckett e Luigi Pirandello:
La possibilità di comunicazione umana è una pungente utopia.
Il sentimento vergine che ci spinge a cercarci l’un l’altro è come un fiore che sboccia su un ramo di Cactus: lontano, bellissimo e pieno di spine.
L’unica speranza di cogliere il fiore senza graffiarsi sta nell’utilizzo di un’arma potentissima della quale l’uomo è dotato: il linguaggio.
Le opere teatrali che andrò ad analizzare si basano sull’assurdità dell’uomo che non concepisce la potenza della parola di cui è dotato, e che non riesce ad ascoltare né a farsi comprendere, nonostante le sue capacità dialettiche.
Ho scelto di analizzare l’incomunicabilità attraverso il teatro in quanto credo rappresenti una chiara fotografia della vita umana, raccontata in modo diretto ed efficace.

Dio è morto / Gott ist tot

“Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!”

La Gaia Scienza, F. Nietzsche

Un buco nel cielo di carta

«La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette!» venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari.
«Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.»

«La tragedia d’Oreste?»

«Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.»
«Non saprei» risposi, stringendomi ne le spalle.
«Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.»

«E perché?»
«Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.»

E se ne andò, ciabattando.

Luigi Pirandello, “Il Fu Mattia Pascal”

Renato Zero cantava: “Ma che uomo sei se non hai il cielo?”, e forse sia io che Pirandello ci siamo fatti la stessa domanda.
Ma se il cielo, un bel giorno, si squarciasse?
Io lo vedo, Oreste, tutt’altro che marionetta, svegliarsi la mattina e incamminarsi verso il fornaio a prendere il pane. Passeggia tranquillo, pensa a quante mantovane e crocette gli serviranno, fino a che sente un rumore di carta strappata, e con il naso all’insù si accorge che si è rotto il cielo.
Sarebbe un bello shock.
Le lacrime, le preghiere, i sospiri e le imprecazioni che si mandano ogni giorno lassù, che fine fanno ora che è bucato?
Un cielo di carta.
Forse Oreste si sentirebbe crollare tutta la sua vita addosso, proprio attraverso quel buco, se scoprisse che il tetto del mondo è il disegno di un bambino e lui vive in una bugia.
Magari l’avrebbe accettato, ma con che coscienza? Come si fa a vivere con le certezze rase al suolo?
Non si possono ignorare: quando si impoveriscono diventano mendicanti che elemosinano attenzione, chiamano, urlano, si tendono verso il loro proprietario così che non si può far finta di niente.
Capi di tutte le religioni al telefono in preda al panico: ” E Dio? Dov’è finito?
Un buco?!
Oh per l’amor del cielo!
Che il cielo ce ne scampi!
Sì, ma quale cielo?”.
Telegiornali in diretta, pompieri con scale lunghissime che cercano di aggiustarlo, e in mezzo al caos io, Oreste e Pirandello stiamo fermi immobili con la bocca spalancata e un senso di vuoto.
Nel nostro club di punti interrogativi ( mio, di Oreste, Luigi e Renato, s’intende) è entrato a far parte anche Peter Weir.
Voleva fare un tentativo cinematografico, dirigere un piccolo film.
Voleva chiamarlo ” L’abbraccio falso di un cielo di carta”, ma tutti sapevamo che non avrebbe venduto, così l’abbiamo convinto a cambiarlo in “The Truman Show”.
Tutta la pellicola si avvolge attorno a una sensazione soffocante di recitazione posticcia. Truman si arrovella l’animo in cerca della verità, e quando finalmente la sua barca a vela rompe quel maledetto cartone azzurro, lui non rimane a bocca aperta come noi.
Sale le scale, fa un bel inchino, ed esce.
Lascia le certezze rotte mendicanti dentro e chiude la porta: va a costruirsene altre.
Peter è un coraggioso di natura.
Io non so se sarei tranquilla anche se fossi una marionetta. Credo che anche loro abbiano sogni troppo grandi, che il cielo non riesce a contenere, che non sanno dove mettere.
Dovrei farmi dare il numero di quel Truman. Magari me lo può spiegare lui come si fa quando il cielo si rompe e diventa chiaro che certe porte vanno per forza chiuse.

La buona scuola

Erano anni che non entravo in quella scuola.
L’edificio in sé è sempre stato anonimo: molte aule e larghi corridoi in davvero pochi metri di altezza. Fin da quando avevo dodici anni ho sempre avuto l’impressione di poter toccare il soffitto solo tendendo la mano.
Ho notato un nuovo murales prima di passare oltre il cancello verde d’entrata, molto più bello di quello che era nello stesso punto cinque anni fa, quando ero studentessa io.
Sono state davvero due ore speciali.
Io e Francesca siamo rimaste in 3°C un tempo infinito, mentre la nostra ex prof di italiano chiedeva con occhi da mamma quali fossero i nostri progetti per il futuro, le nostre preoccupazioni, le nostre soddisfazioni.
Ho lasciato il cuore in chi mi ha donato le basi per conoscere e amare la letteratura e la scrittura.
In chi ha sempre profondamente creduto in me.
Quando ho detto alla mia ex prof di lettere che a settembre avrei tentato il provino per entrare all’accademia di recitazione di Roma, a lei che è stata la prima a mettermi su un palcoscenico e a farmi amare il teatro, si è commossa.
Si è commossa e io mi sono ricordata quanto siano state importanti per me le persone che ho conosciuto in quei tre anni, quando ancora non lo sapevo.
Abbiamo riconosciuto in quei 24 paia di occhi della 3°C la stessa curiosità e paura di scottarci che avevamo tra quei banchi, abbiamo risposto a domande che erano nostre cinque anni fa e che forse lo sono ancora.
Avrei voluto dire loro di quanto saranno grati a quella scuola quando ritorneranno più grandi, consapevoli, forse preoccupati, e si accorgeranno di come il tempo lì dentro si sia meravigliosamente fermato.
Prima di andarcene, siamo rimaste in attesa cinque minuti davanti alla 1°A, per dire ciao anche al nostro ex prof di storia.
Stava descrivendo per i suoi bambini la battaglia più vera che potessero immaginare, parlava di cavalli, armature e fatica, facendo esempi tanto concreti che, un attimo prima che bussassimo alla porta, uno di quegli incantati frugolini si è lasciato scappare un adorante ‘’ Mamma mia!’’.
È questa la scuola che voglio.
Una scuola che emozioni.
Questa è la ‘’buona scuola’’, qualcosa di talmente raro e prezioso che ho avuto paura di sciupare bussando a quella porta, interrompendo la battaglia.
È una scuola che faccio fatica a ricordare, mentre mi racconto di frequentare un ottimo liceo.
L’emozione che un insegnante prova e riesce a donare mentre forma i suoi studenti è ciò che mi manca e che da qualche anno a questa parte mi ha fatto definire la scuola italiana come fallimentare, senza meritocrazia, senza decisioni intelligenti.
Senza l’intenzione di formare individui pensanti.
La mancanza di passione è forse ciò che mi ha deluso di più.
Poi un bambino dice “Mamma mia!” durante una lezione di storia e io mi sento davvero sollevata.
Se n’è accorto anche lui.
Mamma mia.

L’inquadratura è stretta e voi non ci state

Seduta su un divano di pelle nera, a lato della pista. Le gambe sono stanche e si lamentano, sono quasi le 4 di notte e dopo aver ballato per tre ore consecutive, concedo loro un momento di tregua.
Seduto alla mia destra c’è Diego, vestito da sceicco e stanco come me; di fronte, Francesca e Titto saltano agitando le mani, ballano vicini e cantano, mimando le parole di una canzone che non conosco. Di fianco a loro Rebecca e Lorenza ridono e muovono i capelli contagiate dall’allegria del momento. Mattia ci sta raggiungendo dal centro della pista, ha una parrucca grigia in testa e cammina verso di noi con una mossa alla Saturday Night Fever e un sorriso grande quanto tutta la sala.
Mi avvicino a Diego e gli dico: “Vorrei fare una fotografia a questo momento”.
Non credo che capisca.

Per un attimo ci ho pensato, di tirare fuori il telefono e scattare davvero l’immagine di quel momento, ma mi sono presto resa conto che tutto quello che vedevo in quei 2 minuti di canzone, dentro una foto non ci poteva proprio stare.
Mi rende così felice sapere di non poter fotografare tutto, che ci siano momenti così importanti da non poter essere fermati. Uno ci pensa, e si dice “Adesso premo il pulsante e me lo ricorderò per sempre”, poi arriva il momento, quello da fotografare, arriva e semplicemente dice di no. Dice che non si può, che se davvero è così speciale bisognerà fare lo sforzo di ricordarselo da sè. Senza smartphone o carta lucida.
Io sto qui, seduta sul divano di pelle nera, la musica suona forte e penso che non li posso proprio fotografare i miei 18 anni.
Anche se sono così belli.

(La foto che allego a questo post sembrerebbe quasi una contraddizione. Invece è solo una foto.
Un momento della serata che non sarebbe mai potuto essere speciale come quello che non sono riuscita ad afferrare.)

In piedi sulla sedia rossa della sala d’aspetto

È da un po’ che sto in silenzio.
Ultimamente in tanti mi hanno chiesto del Blog e hanno iniziato a leggerlo, il che mi fa sentire entusiasta ma quasi osservata.
Sono nella stracolma sala d’aspetto del dottore, e sono seduta su una sedia rossa accanto all’attaccapanni. Alcune delle persone che sono in attesa sbirciano nella mia direzione con la coda dell’occhio, mi sfiorano e poi fanno finta di niente. Altre mi fanno i complimenti per come sono vestita, per come arriccio i capelli, sorridono, e ricominciano a leggere la rivista che hanno sulle ginocchia.
Vorrei raccontare molto di più, raccontarmi molto di più, ma è difficile riuscire ad essere sinceri con se stessi sapendo che, per forza di cose, lo sarò pubblicamente anche con gente che vedo ogni giorno.
Sono combattuta.
È come se mi dovessi alzare dalla sedia di colpo dicendo ad alta voce qualcosa di mio, mentre tutta la sala tende l’orecchio.
Qualche volta vorrei scrivere semplicemente per sfogo, facendo nomi e descrizioni dettagliate.
Vorrei scrivere di quando mi sento arrabbiata, perché e con chi, vorrei scrivere di cosa mi succede quando mi tocchi per sbaglio, di come te ne accorgi e di quanto io non riesca proprio a gestirlo. Però vorrei anche dire che nonostante questo (sì, lo vorrei dire proprio a te) ancora non mi hai.
E chissà se mi avrai mai.
Vorrei spiegarmi senza ricamare emozioni a tinte espressioniste.
Senza filtri.
Ma poi penso che potrebbe leggerlo anche chi vorrei non ne sapesse niente, e mi freno.
Ho anche valutato l’idea di aprire un blog sconosciuto alla realtà imolese alla quale appartengo, che contenesse solo le mie righe più intime. L’ho pensato e mi sono mandata al diavolo.
Non mi leggono solo sconosciuti, e l’unica conseguenza possibile è imparare ad essere sinceri.
L’unica conseguenza se voglio continuare a seguire il mio percorso e crescere per davvero. Non esiste un’età per essere adulti ma di sicuro esiste una coscienza.
Conoscere Miss Verità, questa grande chimera che aleggia ovunque ma che nessuno conosce.

Quindi sorrido per i complimenti alla borsetta, agli occhi, allo stile e alla scelta di parole, mi alzo in piedi e rivelo tutto ad alta voce.
Stando ben attenta che tutti possano sentirmi.
Sono in piedi sulla sedia rossa della sala d’aspetto e ho deciso che parlo forte e me ne vado: del dottore non ho più bisogno.
La bugia (o la paura?) è una malattia con facili rimedi.

Le illusioni di Francesco

Frenci mi chiama vissutella.
Non solo mi atteggio da donna vissuta, ma lo sono proprio “inside”, dice lui.
Non credo che lo intenda come un complimento.
Lui dice che sono una donna vissuta e qui è tre giorni che mi scambiano per una sedicenne.
L’altro ieri un collega di mio padre mi ha chiesto se sono in classe con sua nipote, che frequenta il terzo anno nel mio stesso liceo, e poi oggi: la disfatta totale.
Nel pomeriggio sono andata a recuperare il telefono di mia sorella, ritirato questa mattina dalla professoressa. In segreteria aspettavano qualcuno a cui appiopparlo il prima possibile, genitori o famigliari maggiorenni.
Allora io tutta orgogliosa della mia maggiore età varco la soglia della scuola media e chiedo informazioni a due bidelli.
Mi dicono che la segreteria è al secondo piano e che i telefoni ritirati sono tutti riposti nella cassaforte a combinazione.
Poi alzano la cornetta, bisbigliano qualcosa con un’aria molto ‘top secret’, mi guardano negli occhi e dicono con tono serio:
“Puoi salire”.
Mi sento onorata di un tale privilegio, li ho visti tentennare in preda all’indecisione ma alla fine hanno supposto che potessi essere degna al ritiro del cellulare!
Io, proprio io!!
Salgo le scale con un sentimento di soddisfazione mista a timore e rispetto, e busso alla porta della famigerata segreteria. Mi apre una signora sulla sessantina, con 12cm di tacco e i capelli cotonati.
Mi guarda e mi fa:
” E tu, quanti hanni hai?”
” 18 Signora, ho un documento se vuole.” (con la S maiuscola, sto pur sempre parlando con un’autorità).
Lei tace.
Mi scruta un po’.
Poi riattacca:
” Mi fido, anche se non li dimostri mica. Assomigli a mia figlia che di anni ne ha sedici.”

Il mio orgogliosissimo sorriso si affievolisce.
Prendo il telefono, ringrazio (vecchia strega!), alzo i tacchi ed esco dalla scuola.
Sedici anni.
Ho appena fatto il compito in classe di storia francese, quindi mi sento proprio come Napoleone a Waterloo: sconfitta, abbattuta, incredula, delusa, e con tanto di Samsung con cover in gomma verde a forma di paperotto in mano.
Sedici anni.
Frenci, m’illudi.